RTOA9788.jpgI segni del mal di vivere di Christine Chubbuck, giornalista di un’emittente locale della Florida che il 15 luglio 1974 si sparò un colpo di pistola in testa mentre era in onda, sono già tutti presenti nella scena di apertura del film: Christine (Rebecca Hall) è seduta a un tavolo e finge di intervistare Richard Nixon, poi quando Jean (Maria Dizzia), la sua operatrice e assistente, arriva le chiede se il suo modo di interloquire con gli ospiti non sia troppo empatico, suscitando l’ilarità della donna. Perché il problema semmai è il contrario. Una visionaria Christine Chubbuck, ma anche ossessiva, paranoica e depressa. I segnali del suo disagio sono disseminati in tutto il film, opera terza, in concorso al 34 Torino Film Festival, del newyorkese Antonio Campos che dopo Afterschool e Simon Killer affronta un nuovo personaggio borderline e realizza un biopic, in puro stile Seventies, che è anche film di denuncia dei meccanismi perversi della televisione. Al centro di tutto c’è Christine, dalla cui tragica storia trasse ispirazione Sidney Lumet per realizzare Quinto potere (1976).

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Nel film di Campos di Christine (interpretata in maniera mimetica e magnetica dalla Hall) non si sa molto: sta per compiere trent’anni, ma non ha nessuna intenzione di festeggiare, da un anno ha lasciato Boston ed è tornata a Sarasota dalla madre (ma è lei a pagare l’affitto) dopo essere andata in tilt ed essere stata ricoverata. Un personaggio a tratti schizofrenico: da un lato, si dedica con abnegazione alla sua rubrica, occupandosi dei problemi della piccola comunità in cui vive, e passa il tempo libero a fare volontariato con i bambini malati (inventando storie che siano per loro di conforto e di stimolo, da fare interpretare a due burattini di pezza cui presta la sua voce), dall’altro è una persona estremamente algida. Ha un rapporto non facile con la madre, con la quale si sono invertiti i ruoli: la madre fuma erba e porta a casa un uomo, mentre la figlia, che a trent’anni è ancora vergine, la rimprovera per i suoi atteggiamenti disinibiti. In ufficio non va christine_3d’accordo con il capo (Tracy Letts), che le riconosce una grande intelligenza, e tiene a distanza i colleghi che pure la apprezzano: snobba Jean che vorrebbe i suoi consigli (e vivrà come un tradimento il fatto che abbia realizzato un servizio a sua insaputa), non si accorge delle goffe attenzioni di Steve (Tim Simons), ma si illude di essere al centro dell’interesse di George (Michael C. Hall) e quando questi la invita a uscire si crea delle aspettative che, però, andranno deluse. Perché, in realtà, George ha intuito il suo malessere («You’re not always the most approachable person», le dice) e, dopo cena, la invita a un gruppo di auto-aiuto che a lui è servito per ritrovare fiducia in se stesso. Di disillusione in disillusione (non otterrà il trasferimento a Baltimora, che le avrebbe permesso di iniziare una brillante carriera nonché una nuova vita e vedrà compromesso il suo desiderio di maternità), la Chubbuck si prepara a un’uscita di scena in grande stile: chiede all’assistente di registrare la trasmissione, legge alcune notizie e poi, sfruttando un problema tecnico di trasmissione dei video, estra e la pistola e si spara. «If it bleeds, it leads», proprio come le aveva detto il suo capo: «Se c’è sangue, fa notizia».

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