L’affollata solitudine dell’artista, che risuona come un refrain in molte biografie musicali, è una sorta di mantra destinato a tenere in equilibrio il côté maudit del poeta e la sua pubblica iconicità. Se lo si applica a un cantautore come Leonard Cohen, questo paradigma diventa una cattedrale dell’esistenzialismo romantico, in cui risuonano la decadente sacralità dell‘Halleluja tanto quanto la resistenza umana (The Partisan) e la svilita fierezza dell’amante (I’m Your Man). Se poi si fa come Nick Broomfield, che inserisce la narrazione coheniana nella scena della storia d’amore tra iul cantante e Marianne Ihlen, il risultato è Marianne & Leonard – Parole d’amore, il documentario rilasciato da Nexo Digital per un’uscita evento di un paio di date. Sostanzialmente un docuromance prima ancora che un biopic, intrecciato sull’incontro tra il cantautore ebreo canadese e quella che sarà per sempre la sua musa rimossa norvegese. La location sembra uscire da un copione banale: l’isola greca di Idra degli anni ’60, dove si radunò una comunità di artisti provenienti da tutto il mondo: mare, sole, pace, poesia e amori… Tra gli altri c’erano un giovane Leonard Cohen, promettente poeta canadese che aveva comprato una casa con i soldi di un’eredità, e lo scrittore norvegese Axel Jensen, giunto assieme alla moglie Marianne Iheln e al loro figlio, Axel Jr. In questo set l’amore tra Marianne e Leonard nasce quando la donna torna da un viaggio in Norvegia senza il marito, che l’ha infine lasciata per un’altra donna: il canadese s’innamora di lei e i due trascorrono un periodo nel sole della serenità, durante il quale Leonard scrive poesie e dà alle stampe, senza successo e con riscontro critico contrastante, libri come Flowers for Hitler e Beautiful Losers. La musica intanto risuona nell’aria, incoraggiata da quella Marianne che gli ispirerà celebri canzoni come, appunto, So Long, Marianne, Bird On the Wire e altre ancora.

 

Il loro è un intreccio di personalità dolenti, dove però la fragilità della donna annega nella solitudine egotistica dell’artista: Nick Broomfield avvita il suo film su questo tema, lo cerca nell’intimità di materiale di repertorio e filmati inediti, ma anche nelle ricostruzioni di amici e conoscenti della coppia. Un ritratto che sente il romanticismo di una classica storia d’amore all’ombra del sacro fuoco dell’arte, fatto di controluce che esaltano i contorni prima ancora delle sfumature. Nel film non è tanto questione di seguire la carriera artistica di Cohen, che pure viene comunque descritta compiutamente dagli esordi sino alla rentrée del 2009, né di definire la personalità sottratta di Marianne Iheln, che pure risalta (sin dal titolo) con una preminenza affettiva autentica. Broomfield lavora piuttosto sulla distanza che biograficamente ha separato quell’amore che aveva unito queste due persone. Lo spazio di una solitudine reciproca, che Cohen percorrerà inseguendo tanto il successo del giro musicale, quanto il ritiro spirituale dei suoi anni monacensi. E che Marianne attraverserà, invece, portandosi dietro una irresolutezza personale che si rispecchierà nella figura fortemente problematica del figlio Axel. Tutto questo è testimoniato da Broomfield con una dedizione e una sensibilità che superano sia la porosità del materiale d’archivio utilizzato (dove, nelle riprese a Idra, non manca la mano di D. A. Pennebacker) che la frontalità delle testimonianze raccolte: tra i tanti Aviva Layton, moglie del poeta canadese Irving Layton, grande amico di Cohen, il chitarrista Ron Cornelius, Judy Collins e l’altra star americana Julie Felix. Il corredo musicale coheniano è vario e costante, ma non preminente: questo non è un film su Leonard ma, appunto, su Marianne & Leonard.

 

 

Scrivi