L’identità frontaliera, ovvero l’inverso sud in cui si riflette il dramma fluido che scorre tra le due sponde del basso Mediterraneo: da una parte l’Italia degli italiani, dall’altra la Libia dei libici, in mezzo il flusso di immagini che rispondono al richiamo della memoria e corrispondono allo stridore del presente. Martina Melilli con quella sponda ha un legame lontano e il titolo di questo suo primo lungometraggio, My Home, in Libia (presentato Fuori Concorso a Locarno 71), racconta nell’interruzione di una virgola la distanza e la vicinanza semantica di quella relazione: a Tripoli suo padre è nato e i suoi nonni, italiani nell’ex colonia italica, si sono conosciuti, amati, sposati e hanno vissuto sino al colpo di stato del 1970, quando furono espulsi, insieme a 35mila connazionali, dal colonnello Gheddafi e si ritrovarono “immigrati” nella loro Italia, che li distribuì su un territorio dove non sempre furono accolti benevolmente… Una storia di traversate mediterranee, profughi, inversa immigrazione e disaccoglienza che Martina Melilli ha raccontato molto bene in un suo corto del 2015, Il quarto giorno di scuola, e che è lo specchio esatto in cui si riflette l’idea stessa di un po’ tutta la ricerca che da qualche anno a questa parte sta portando avanti con esiti notevoli. Una tensione artistica in cui l’immagine e l’immaginario dell’attraversamento fluido di corpi, vite, vissuti tra le due sponde del Mediterraneo è dramma e melodramma, memoria e dimenticanza, reperto e traccia di un percorso ancora aperto tra le storie raccontate in famiglia (i ricordi della vita a Tripoli riferiti dai nonni e quelli dolorosi dell’arrivo in Italia vissuti dal padre) e le storie che arrivano dalle tragiche traversate degli immigrati clandestini di oggi (raccolte e raccontate anche nel suo precedente cortometraggio, il dolcemente agghiacciante Mum, I’m Sorry).

 

In My Home, in Libia Martina Melilli tocca l’apice di questo percorso perché giunge a toccare lo schermo invisibile che la separa da quella sua storia personale, tanto quanto separa noi dalla storia collettiva di (dis)accoglienza che, oggi più che mai, stiamo vivendo: l’impossibilità di superare quella barriera che si frappone tra il qui e l’altrove, così come tra l’individuo e l’altro, diviene per questa filmmaker la ricerca di uno spazio di condivisione in cui la memoria e il presente, l’immaginario e la realtà si fondono e confondono, producendo un cortocircuito in cui è proprio lo smarrimento identitario la conquista più dolorosa, ma anche il traguardo più alto da raggiungere. L’idea del film è infatti quella di dare corpo alle memorie dorate della vita a Tripoli ascoltate dalla voce dei nonni attraverso gli occhi di qualcuno che nella Tripoli di oggi ci vive e sopravvive: in assenza di un visto per andare a Tripoli a filmare le strade e gli edifici in cui i nonni hanno vissuto, Martina Melilli scavalca il Mediterraneo trovando attraverso i social un giovane tripolitano, Mahmoud, disponibile a filmare per lei quelle strade come sono oggi e a inviare le immagini. Viene fuori in dialogo a distanza scritto sullo schermo trasparente delle loro chattate sempre più complici, in cui Tripoli diviene lo spettro di quella drammatica assenza di un reale controcampo nell’immaginario su cui è costruita qualsiasi narrazione del dramma umano in cui siamo tutti calati in questi giorni. La conquista delle immagini reali e della realtà che corrisponde a quelle immagini è la traccia più vivida e drammatica su cui My Home, in Libya si costruisce implicitamente: lo sforzo vincente di superare quella frontalità che è la disposizione filmica da cui necessariamente deve partire (che nel precedente Mum, I’m Sorry diventava quasi un ideale e terribile tavolo autoptico) diviene per la regista lo spazio in cui definire una relazione con la sua storia familiare, con la propria storia e con la storia del suo intermediario, Mahmoud. Sicché la frontalità del cameracar imposto in principio dalle immagini inviate dal suo “corrispondente” viene necessariamente infranta proprio dal raggiungimento di quella costa, dalla visione di quel mare ripreso da Mahmoud, infine sceso dalla sua auto, mentre sull’altra sponda Martina si spinge sul molo e si consegna a un fuorifuoco che ne fa una sorta naufraga di ritorno… La parete di vetro del suo studio, su cui la regista ha disposto per tutto il film i referti della memoria familiare accanto alle tracce tripolitane che giungono da Mahmoud e alle immagini dei corpi di bambini annegati restituiti dal mare alle sponde libiche, è per la regista lo schermo di un immaginario parcellizzato da superare per superare la frontalità cui si è condannati, scardinandola in una profondità di campo che induce a confrontarsi con un dolore che è “storico” ma anche “biografico”. Una rimozione con la quale fare i conti.

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