L’appellativo di “re dei mostri” appartiene a Godzilla sin dal 1956, quando la versione rimaneggiata del film capostipite, diretto da Ishiro Honda, uscì nelle sale americane: stavolta però il sauro atomico il titolo se lo deve guadagnare e in questo piccolo scarto rispetto alla tradizione c’è il senso dell’operazione condotta da Michael Dougherty. Il suo film, sequel diretto del Godzilla di Gareth Edwards uscito ormai cinque anni fa, non costituisce infatti un semplice ripasso dei temi portanti della saga giapponese, ma una sua attualizzazione: un’operazione complessa, che tiene conto di quanto l’articolazione del bestiario Toho favorisca un’ampia versatilità di temi e situazioni, meglio ancora se declinati al presente. Presentatosi come un regista “fan” degli originali nipponici, Dougherty rievoca perciò l’ultra decennale scontro fra Titani, ovvero Godzilla e il drago a tre teste King Ghidorah (avvenuto per la prima volta nel 1965), ma lo inserisce all’interno di un più complesso disegno che solo distrattamente può far pensare alla semplice esigenza seriale data dalla logica degli “universi condivisi”. D’altra parte, chi bazzica i territori del kaiju eiga lo sa già, quella dei cross-over è una dinamica che la stessa Toho è stata fra le prime a sfruttare, quando ha portato le creature protagoniste di Rodan il mostro alato (1956) e Mothra (1961) sulla strada dello stesso Godzilla.

Dunque la questione “facciamo come la Marvel” può essere tranquillamente derubricata a chiacchiericcio internettiano, mentre Dougherty cerca un come e un perché alle azioni delle sue creature nel mondo. La vicenda immagina pertanto un mondo diviso fra le azioni dei due mostri, l’uno (Ghidorah) agente del Caos e l’altro (Godzilla) capace di creare concordia fra gli esseri viventi in quanto strumento di equilibrio di Madre Natura. Il dominio o l’empatia, quindi: due dinamiche che, a tentare un volo pindarico niente affatto gratuito, vista l’attenzione che la saga da sempre riserva ai contesti storico-politico-sociali in cui le varie pellicole si inseriscono, sembra quasi una metafora dell’ascesa dei leaderismi che vogliono risolvere i problemi con la forza, contrapposta alla militanza dal basso di chi immagina un mondo migliore ripartendo dal collaborare. In effetti un po’ tutto Godzilla II articola i rapporti fra i personaggi nell’oscillazione tra questi due estremi: c’è sempre un Alpha che comanda e un subalterno che subisce, salvo ribellarsi e/o ridiscutere il proprio bagaglio esperienziale alla luce delle istanze nel frattempo emerse. Lo fa la piccola Madison quando comprende l’errore della madre ecoterrorista; lo fa il dottor Russell quando capisce di dover salvare Godzilla dopo averlo odiato per anni, magari avvalendosi anche della collaborazione offerta dal collega Sam Coleman che a prima vista gli era stato tanto antipatico. Tutti devono fare delle scelte, devono attraversare un percorso di formazione che li traghetti dalla decisione imposta a quella condivisa. La contrapposizione in ballo perciò è anche quella fra il restare a guardare l’Apocalisse (come vuole fare il “cattivo” Jonah di Charles Dance) o il rimboccarsi le maniche e agire. Il bello è che nel frattempo Dougherty (che del film è pure co-sceneggiatore) lavora con le citazioni e con le dinamiche cementate dalla tradizione, ora rispettandole, ora ribaltandole completamente di senso: nel Godzilla originale il dottor Serizawa era lo scienziato brillante che sacrifica sé stesso per eliminare definitivamente il mostro, qui la stessa azione sortisce volutamente il risultato esattamente contrario. Lì l’esercito combatteva la minaccia nata dal nucleare, qui deve dare una mano e fare squadra, e gli esempi potrebbero continuare. Di sicuro c’è che dietro la patina del divertimento sfrenato – così consapevole di essere differente rispetto all’approccio più misurato del film di Edwards – Godzilla II si offre quale testo generosamente pregno di percorsi, spesso ravvisabili dopo ripetute visioni a causa di una progressione fin troppo incalzante, forse figlia della drastica riduzione del montato dalle tre ore iniziali a poco più di due. Per l’appassionato c’è comunque il divertimento impagabile della lotta fra creature che Dougherty immagina come un’esperienza immersiva, stordente, lavorata finemente sull’elaborato aspetto sonoro del film, in cui pure si mescolano brani della tradizione, nuove musiche e ruggiti ottenuti dai versi di svariati animali. D’altra parte la Monarch, l’agenzia immaginaria che segue il percorso dei mostri (unica concessione al modello Marvel) unisce dichiaratamente le imprese simpaticamente assurde dei film di Godzilla anni Sessanta, la visione al presente di Dougherty sul mondo attuale, e il Mito che questi Titani naturalmente evocano, fra tradizioni orientali e occidentali. Un “personaggio”, insomma, per tracciare linee che non sono di demarcazione, ma di congiunzione fra mondi e esigenze diverse, simbolo di un film attento mentre cerca di apparire semplicemente sregolato.

 
 

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