L’umanità resistente di Pippo Mezzapesa ha sempre un qualcosa di atavico, che ha a che fare con radicate (in)certezze, fantasmatiche attese arroccate nei luoghi marginali della coscienza: i figuranti della vita che ha raccontato nei suoi cortometraggi, la morte che il suo antieroe Pinuccio Lovero sogna di accudire come eterno riposo, la sposa sospesa sulla sua infelicità… Ora questo Elia protagonista di Il bene mio, che come un profeta inascoltato si barrica nel passato diroccato della sua improvvida Provvidenza, paesello morto di qualche entroterra appenninico meridionale, diroccato dal solito sisma e ricostruito a valle, nella Nuova Provvidenza dove, per ordinanza del sindaco, tutti si sono trasferiti. Alla sicurezza del nuovo borgo Elia – con la perfetta testardaggine dei personaggi di Mezzapesa (e della sua abituale sceneggiatrice Antonella Gaeta) – preferisce le certezze della sua vecchia Provvidenza, che sarà pure ridotta in macerie, ma che lui preferisce vedere come lo spazio in cui i vissuti della sua vita personale e di quella collettiva non sono semplice memoria, ma flagrante presenza: negli oggetti che lui raccoglie tra i detriti, nelle stanze vuote della sua casa rimasta in piedi e dove continua ad abitare, nella tomba della donna che ha amato, persino nella presenza che si aggira come un’ombra nelle case abbandonate, spettro di una realtà che parla di altre speranze in fuga da altri mondi.

Ecco, Il bene mio è un film che si tiene in queste coordinate molto concrete, antiche, essenziali, forti: come sempre, Pippo Mezzapesa gestisce i sentimenti come fossero personaggi, trattandoli con la dignità delle persone in cui si incarnano, insistendo sui vissuti per dare forma alla tematica fondamentale di un cinema che parla di uomini e di luoghi, in un connubio inscindibile su cui si fonda l’identità individuale e collettiva. Alla chiarezza controluce di Pinuccio Lovero e alla calda risonanza meridiana della sposa infelice, qui fa seguito l’oscurità della notte poco illuminata in cui Elia si muove testardamente, popolata di ombre, aggredita da una gioventù immemore della sua infanzia (elemento fondamentale del cinema del regista), abitata da una inattesa presenza in transito, che è linfa per un altrove a venire… Il bene mio lavora proprio sulla scomposizione tra il passato e il presente, imponendo alla memoria un registro che è doppio, perché da una parte coltiva la resistenza che si impone al presente e alla sua vitale arroganza, mentre dall’altra dà forma alla malinconia, che vira e obnubila il senso della realtà. Elia si muove tra queste due dimensioni, resistendo alla dismissione del passato ma anche proiettandosi, alla fine, in una fuga verso un mondo diverso dalla gentrificazione forzata dei borghi ricostruiti altrove, dalla sicurezza di Nuova Provvidenza.

 

Elia preferisce insomma una manzoniana provvida sventura, esattamente come alla verghiana roba, al bene immobile di cui restano solo macerie, preferisce la dimensione immateriale di un bene che è suo perché è radicato nei vissuti. Elia che, nella sua fissazione, risuona come una figura pirandelliana (merito anche dell’interpretazione di Rubini), arroccata in un senso relativo della realtà, stretta al plastico vissuto personale, capace di cristallizzare il tempo in una esposizione degli oggetti superstiti ai trapassati, come nemmeno la mater dolorosa della pirandelliana novella “La stanza del figlio”… Tutti automatismi di una tradizione umanistica italiana che risuonano (im)propriamente nel film di Mezzapesa perché questo è un regista che dialoga naturalmente con i vissuti della nostra identità collettiva, senza cercare astrazioni teoriche, senza impostare riflessioni a monte, ma lavorando sulla sostanza umana delle cose. Il bene mio contiene tutto questo e persegue una norma dell’esistere che è sana, saggia, identitaria, consapevole.

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