imagesIl  settimo film di Jacques Audiard  Dheepan arriva in Italia forte della  Palma d’Oro vinta a Cannes, dopo il successo di Un sapore di ruggine e ossa e il gran premio della Giuria per Il profeta. La storia è quella di Dheepan, che, insieme a una donna e ad una bambina di 9 anni, fugge dal  proprio  paese  in  guerra.  Un viaggio lungo per raggiungere la Francia e costruirsi una vita lontano dalla violenza. Il fatto, però, è che questi tre personaggi non sono la famiglia che fingono di essere, anzi, si conoscono appena e buona parte del disagio è dato proprio dalla convivenza improvvisata, cercando i gesti giusti per sembrare quello che prima devono  imparare. L’inizio notturno di questo film è chiuso e misterioso, e un po’ spigoloso nel non dire nulla. Come sempre Audiard non utilizza preamboli e porta i suoi personaggi direttamente al centro dello schermo, già“adulti”, già feriti e in cammino quasi senza meta. E infatti nulla sappiano di questi tre fuggitivi. Come la loro nuova vita, la nostra conoscenza si andrà formando per accumulazione di elementi, scrutando tra i loro gesti e soprattutto i lunghi silenzi.

dheepan

L’importante è non cercare un discorso esclusivamente sociale, perché il rischio è di rimanerne delusi. Audiard, infatti, si concentra sugli effetti immediati: il viaggio, l’integrazione, il lavoro, gli sguardi per conoscere e imparare e la tendenza opposta a nascordersi agli sguardi altrui. Il racconto qui è tutto giocato su questo doppio registro visivo. Vedere e non essere visti. La contraddizione come “meccanismo” di  vita. Perché è come mettere in scena una storia che non è quella vera, innestandola in una narrazione realista. A questo contribuisce ancor di più il fatto che gli attori non siano professionisti, ma portano sul loro volto una verità impossibile da recitare. Così Dheepan èaffidato al volto di Jesuthasan Antonythasan, non un attore ma un ragazzo soldato fino all’età di 19anni in Sri Lanka, nella guerra che ha dilaniato il paese (punto di partenza e immagine sempre in controluce nel film) e poi rifugiato politico in Francia. Ispirato alle Lettere persiane di Montesquieu, dunque, si compone con tono pacato il profilo di un uomo che, in realtà  ha dentro di sé una identità profonda e radicata e una storia lunga da raccontare. Ecco le belle ossessioni di  Audiard. Le ferite di uomini e donne, nascoste sotto la cenere di un incendio (e la pira infuocata sulla spiaggia in Sri Lanka, dove Dheepan e Yalini vedono bruciare i corpi  delle  vittime dello  tsunami, prima della loro partenza, è un’immagine impossibile da cancellare), il  cambiamento, la  necessità di un’altra vita da vivere, l’altrove come luogo dove ricomporre le spaccature interiori. A un certo punto, però, le cose subiscono una veloce trasformazione. Non più la vita quotidiana, ma la ribellione, il gesto che toglie il velo. Il cinema di Audiard ritrova il ritmo serrato di un genere da lui quasi inventato, le immagini si fanno accuminate, i gesti precisi. Dheepan si ribella alla violenza della periferia parigina, riemerge in lui la ‘tigre tamil’ che ha combattuto per l’indipendenza dello Sri Lanka e rivendica il suo diritto alla pace, il suo essere invisibile, per certi versi si radicalizza, ma per poter esplodere in modi inaspettati.

 

 

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