Non c’era Werner Herzog a salvare la vita a John Callahan, tirandolo fuori dalle lamiere dell’incidente che, una notte del 1972, stroncò a 21 anni i suoi giorni di gloria e di alcol, per consegnarlo a una vita sulla sedia a rotelle. Ad essere salvato da Herzog una notte del 2006 fu invece Joaquin Phoenix, che fortunatamente usci da quell’incidente più o meno sano e salvo (a parte la cicatrice che ancora oggi campeggia sul labbro), destinato a una carriera che lo avrebbe portato sino al ruolo di Callahan, il disegnatore paraplegico di Portland, in questo biopic di Gus Van Sant. Don’t Worry, He Won’t Get Far On Foot (in Concorso alla Berlinale 68) è del resto uno di quei film che sugli intrecci a lungo termine del destino è a suo modo costruito: il transfert tra Phoenix e Callahan sull’onda biografica (frequentazioni alcoliche con incidente annesso, famiglia numerosa, estremo dispendio esistenziale) sfuma nella genesi di un biopic durata vent’anni, sin da quando Robin Williams, altra figura estrema di Hollywood, aveva acquisito i diritti dell’autobiografia del vignettista, desideroso di interpretarlo lui stesso, sotto la regia di Van Sant. Ma i traccheggiamenti produttivi si sono protratti (probabilmente non a caso, come lascia intendere lo stesso regista) sino a trovare Joaquin Phoenix. E accanto a lui un portentoso Jonah Hill, nel ruolo del carismatico Donny, ricco terapeuta per alcolisti anonimi, che segnerà la strada della riabilitazione per Callahan.

 

Ovviamente il film non è una narrazione dei giorni del vino e delle rose: è un’opera sulla relazione, appartiene al versante salvifico del cinema di Gus Van Sant, alla trama terapeutica del suo filmare. Come sempre nei suoi lavori, c’è l’abisso in cui si precipita e c’è la rete che, nell’intreccio dei fili della relazione, salva dalla caduta. Sin dal titolo, Don’t Worry, He Won’t Get Far On Foot si costruisce sul contenimento, o meglio sull’impossibilità – ironica, certo – di andare via, fuggire: aspetto interessante per un regista che sulla figura retorica e visuale del movimento, dell’incedere, del deambulare più o meno cieco o fatale, ha costruito una poetica. Non a caso la storia di John Callahan è elaborata da Van Sant proprio sul contrappasso tra la fuga pazzoide del protagonista seduto sulla sua sedia a rotelle e la stasi forzata delle sedute (per l’appunto) terapeutiche con Donny e il gruppo di alcolisti che ha in cura. L’ironia sarcastica e scorretta che ha reso famoso il disegnatore paraplegico di Portland è la figura extratestuale utilizata da Van Sant (spesso con animazioni vere e proprie) per definire l’universo ideale del suo protagonista, ma per il resto il film è strutturato sul gioco di relazioni più che sulla narrazione diretta degli eventi. Il vissuto è funzione diagnostica e riabilitativa dell’essere, in un confronto concreto tra la ferita e la cura: c’è tutto l’istintivo lavoro lenitivo cui si affida il filmare di Van Sant, la quieta tensione a rimarginare che viene dopo i suoi passi più dolenti. E del percorso esistenziale di Callahan il film rimarca in realtà soprattutto la capacità rigenerativa, non facendone un’icona sarcastica e dispendiosa, ma una persona segnata dal destino e portata a riconoscere prima di tutto se stessa e i propri errori. Un film sul perdono e sulla rigenerazione, consegnato da Van Sant a un paese (un mondo) che ha bisogno di superare la disperazione che si porta dentro.

 

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