Il fascio di luce che illumina ancora una volta, dopo 52 episodi televisivi e sei stagioni, la sfarzosa e imponente residenza patrizia di Downton Abbey, questa volta proietta le sue trame sullo schermo del cinema. Ciò che appare immediato nel fluire dei fatti che riguardano la gentilizia famiglia Crawley è il senso di un legame inscindibile con la residenza e ancora una volta la casa, i luoghi, si trasformano non in semplici dimore, non solo in emergenze geografiche, ma finiscono con il costituire preciso punto di riferimento in cui si annidano e proliferano, felicità e infelicità, sentimenti fatti di reti relazionali familiari o extrafamiliari, paure e misteri che assumono vita propria e propria riproduzione, assorbendo e diventando un tutt’uno con quel mondo più sensibile abitato dai personaggi. Questo accade nell’Overlook Hotel, questo accade in tutte le case del cinema più o meno horror, questo accade anche a Dowton Abbey che non si sottrae con il suo manto televisivo ed accogliente, a questa regola di una sorta di genius loci che deve abitare il cinema quando gli spazi della scena diventano protagonisti quasi fagocitando i suoi abitanti.

 

 

Sono proprio queste le caratteristiche che risaltano nella saga che con il film ricompone i termini della sua conclusione. Tutto questo al di là degli intrighi e dell’attesa per l’imprevista visita dei reali che Dowton Abbey dovrà accogliere e che metterà la servitù, vera e propria falange armata in difesa dei luoghi e della dinastia dei Crawley che la abitano, contro l’invasione londinese e le rigide regole dei protocolli reali. La dimora, la settecentesca costruzione che svetta in mezzo al perfetto disegno dei prati e all’immutabile vita che dentro ci scorre, sembra assistere sorniona e sempre ben difesa, come una fortezza, come una pacifica stazione di posta, al rigenerarsi mai interrotto della genesi di ogni nuovo inizio, della ri-procreazione di vecchie tradizioni che solo molto lentamente, quasi impercettibilmente, lasciano il posto, nel solito lento movimento della vita, ai nuovi assestamenti, a quelle che diventeranno a loro volta tradizioni da superare nell’andamento lento del tempo. Due dimostrazioni di questo teorema che è il cuore di una cultura, quella inglese, che fonda su tradizioni antichissime anche il suo sapersi rinnovare e, a volte, diventare esempio per l’intero pianeta. Da una parte l’immutabilità dello scenario che nel film riprende esattamente da dove la serie televisiva aveva concluso, ritrovando i personaggi quasi raggelati in attesa che il cinema restituisse loro la vita, dall’altra il discorso da testamento che l’anziana Violet Crawley fa alla giovane nipote passandole idealmente lo scettro di quel segreto comando di ogni operazione domestica e anche non domestica che va fatta nel silenzio e mai ostentatamente, nella ricerca di una condivisione familiare che tenga uniti e saldi gli intenti comuni.

 

 

Violet, con la sua esperienza e la sua sottile perfidia, ammantata da bonaria e comprensiva disponibilità, sa come va il mondo e dopo avere assistito ella stessa ai mutamenti lenti che il tempo inesorabilmente compie e ha compiuto anche in un luogo protetto e preservato dalle diffuse cattiverie, prepara la sua rigenerazione che può avvenire solo all’interno di quelle regole non scritte che tengono in piedi la dimora, la famiglia, la conservazione di una tradizione che esisteranno solo nel lungo misurarsi del tempo, solo grazie a quella impercettibile mutazione che si fa regola primaria per preservare il passato, Downton Abbey compreso. Ecco quindi che il film, al di là di ogni altro pregio o difetto, non solo diventa il filtro del tempo dentro la cui rete finissima passano soltanto quelle mutazioni indispensabili ad assicurare la vita, ma passa perfino l’accettazione del mutamento dei costumi e quindi l’omosessualità prima occultata e mai manifestata o la nuova consapevolezza femminile che rialza lo sguardo per trovare, con Lady Edith, una dignità di ruolo perfino di una maternità che deve essere condivisa con il partner, che finora era stata negata o non considerata. Perché Dowton Abbey e con la residenza anche la famiglia Crawley, dentro la loro scorza conservatrice, possiedono uno sguardo gettato al futuro e un cuore riformista, poiché sanno che solo guardando al futuro avviene la rigenerazione che stavolta non è sulle macerie, ma su una inesorabile palingenesi e una quasi invisibile trasformazione che giorno dopo giorno – come dice Lady mary Crawley – sembra sgretolarsi. Ed è vero, ma dall’altra parte crescono altri rami, cresce soprattutto un diverso sentire che trasforma i rapporti e muta anche le gerarchie di casta, se non ancora di classe. Dowton Abbey vive in questa prospettiva, l’unica che le è data per costituire un punto di riferimento di un ideale luogo dal quale assistere al fluire della vita da consapevoli spettatori, da soddisfatti personaggi di un mondo in evoluzione. Restano gli intrighi di palazzo, i segreti che vanno così mantenuti o quelli che è bene fare venire alla luce. Michael Engler non ha molto di più da fare se non accomodarsi in un salotto già preparato, senza rischiare troppo reimmette vita nel circolo dei suoi personaggi che sanno già di che vita vivere e in questa ideale prosecuzione del tempo che approda sugli schermi del cinema, senza troppo ritmo, ma con una malinconia di fondo che appartiene alla consapevolezza di un addio, Dowton Abbey, infinito misuratore del tempo, sembra salutare, con la sua (im)mutabile perfezione, il suo pubblico, i suoi fans e tornare a vivere in quel silenzioso angolo di mondo che non è di questo mondo.

 

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