getGirato in sedici giorni e con una troupe di soli dieci persone e un budget di 50mila dollari, Dream Land è l’opera prima di Steve Chen, che l’ha anche prodotto e scritto. Presentato nella sezione Onde del Torino Film Festival, Dream Land ha il pregio della semplicità quasi rarefatta dello sguardo, che, tuttavia, è presente e preciso, discreto ma affascinato dal movimento dei suoi personaggi. E non si tratta di contraddizioni, dal momento che nel raccontare la storia tutta interiore della protagonista Lida si fa ricorso ad un’analisi speculare di ciò che la circonda: una Phnom Penh in espansione e modernizzazione, con interi quartieri esclusivi in via di costruzione, pensati per gli stranieri ma anche per i nuovi ricchi di una Cambogia che, a più di trent’anni dalla fine del regime dei Khmer rossi, si affaccia verso un futuro fatto di ricchezza, pronto a spazzare via il passato tragico ma anche la sua antica eredità culturale. Due facce della stessa medaglia, anzi, due delle molte “immagini” scelte dal regista/architetto statunitense per raccontare la sua storia. Si procede, infatti, per sovrapposizioni e non è un caso che sia così frequente l’uso dei vetri su cui far specchiare il paesaggio e metterlo immediatamente in rapporto con chi lo osserva o lo “subisce”. Il dentro e il fuori, dunque, con una sorta di contaminazione ideale, perché i palazzi e le strutture metalliche dei cantieri lasciano sulle grandi vetrate un riflesso persistente, a rappresentare la dimensione concreta e inevitabile, come nei film di Jia Zhangke, come le sue dighe in costruzione destinate a sommergere letteralmente il passato. E, come nei film del regista cinese, anche qui nell’elaborazine del futuro di un popolo è custodito il suo stesso opposto: la malinconica solitudine di una donna, agente immobiliare, che non riesce a dimenticare il suo passato traumatico e si lascia imprigionare da un monologo interiore ripetitivo e inconcludente. Dovrà lasciare la città per trovare conforto, allontanarsi dalle linee geometriche delle sue architetture per ritrovare una dimensione interiore di quiete.

 

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Il racconto, però, è spezzettato, un puzzle di scene, costruite come fossero segmenti, spesso enigmatici, ma anche casuali e misteriosi. Chen conferisce al suo film un’estetica pop, quella che invade i programmi di televisori sempre accesi, ma non tutto è offerto allo sguardo. Spesso giochi di fuorifuoco lasciano solo intravedere dettagli. Lo specchio retrovisore dell’auto, sagome di uomini e donne in profondità di campo, persone al lavoro, incuranti e assenti verso chi li sta filmando. La macchina da presa non è usata come strumento per pedinare e rivelare la quotidianità della protagonista, ma per cogliere di sorpresa tutto ciò che attorno a lei risuona e vive e muta. “Fare film non è raccontare una storia – afferma Chen – ma ha a che vedere con il gesto di ascoltare”.  Non solo rumori e parole, ma anche i paesaggi e i pensieri che ogni luogo emana.

 

 

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