ellefilmSospesa tra l’incognita dei vissuti e la conquista della verità, Michèle è una figura che abita di diritto il cinema di Paul Verhoeven, portatrice di quel perenne interrogativo sulla sostanza della carne che ricopre la biografia di un personaggio ambiguo nella sua innocenza, mascherato nella sua reale identità. Chissà se “Elle” (monosillabo che sostituisce l’originale “Oh…” del romanzo di Philippe Djian da cui il film è tratto) sta, oltre che per “Lei”, anche per il fonema dell’alfabeto francese “L”, la lettera che viene subito prima di “M”, con tutto il vissuto cinematografico che ciò comporterebbe… Michèle, del resto, è un mostro rimosso, ovvero la coincidenza tra la vittima e l’assassino, tra l’infanzia scannata e l’età adulta che scanna… Lei che nel suo passato porta i segni di una ambigua connivenza col padre, mostro seriale custodito in perpetuo nelle prigioni della società per aver trucidato, in un impeto di follia religiosa, una quantità di bambini del quartiere, tenendo a testimone delle sue gesta quella figlia che ora lo odia e non vuole vederlo.

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Il mondo guarda ancora Michèle come il riflesso di quella strage, lasciato in libertà nella presunzione della sua innocenza infantile. Lei è diventata una donna che dilava quella minacciosa innocenza in un lavacro di indisponente purezza e candido cinismo: di fronte alla foto di lei bambina, sporca del sangue portato a casa dal padre dopo la strage, rimasta negli annali come un orrido santino della mostruosità, Michèle vive la sua vita da adulta impassibile. Donna di successo, gestisce una società di videogiochi che produce una virtualità violentissima in mostruose creature che violano pupe digitali, tensione di un immaginario che smaterializza la ferita del corpo nella volgarità mediatica – paradigma verhoevenianohuppert per eccellenza… Attorno a lei c’è un universo di umanità cangiante che è una sorta di laica famiglia allargata: la madre anziana col suo toy boy, il figlio ingenuo incapace di capire che il bebè dalla pelle scura avuto dalla sua compagna non può essere il suo, il suo ex marito con la sua giovane fiamma, l’amica fedele Anna col cui marito infedele Michèle fa sesso… Ma soprattutto c’è l’uomo mascherato che nell’incipit fa irruzione in casa sua, la picchia selvaggiamente e la violenta, lasciandola sola con la sua indifferenza, con la mancanza di paura, con la sopportazione davvero poco penitente di un evento che sembra più che altro lo specchio incrinato di un vissuto quotidiano al quale la donna è ormai abituata. La griglia di elementi su cui Paul Verhoeven costruisce Elle è insomma un organigramma della verità rimossa dal presente: Michèle veste l’evento passato cucitole addosso dal mostruoso padre come una incognita dalla cui ambiguità non può liberarsi, tanto quanto abita l’evento presente inflittole dallo sconosciuto mascherato come una casa in cui è costretta a stare. Due violenze su un corpo colpevole/innocente che sta nella incognita della buona coscienza che governa il mondo. Gioco che elleconosciamo bene in tutto il cinema di Verhoeven: Michèle è l’incarnazione di vissuti rimossi, di paure condivise, di mostruosità diffuse, un robocop che ricostruisce la sua integrità dopo ogni colpo subito, che incarna memorie innestate in lei per artificio paterno. Un corpo che sta tra l’effige mediatica della bambina ritratta dopo la strage compiuta dal padre e il video virale diffuso nella sua azienda, che imprime il suo volto su quello della donna virtuale stuprata selvaggiamente dal mostro del videogame. Quel che resta è la sua capacità di rialzarsi ogni volta, di rivestirsi, rimontare i pezzi della sua dignità e andare avanti verso una liberazione che non può che essere nel segno della verità. Elle è un film che vive l’ambiguità del suo personaggio per disarmarne la menzogna e sospingerla verso una conquista inesorabile del vero. Verhoeven lascia scorrere la materia fluida del suo filmare per contraddizioni, innescando i controsensi stilistici che gli sono cari, maturando una black comedy capace di far ridere e di inquietare, dissimulando il perturbante e annientando la mostruosità. Nonostante il personaggio così controverso di cui si fa carico – incarnato col solito candore inacidito da Isabelle Huppert – Elle è forse il film più docile e liberatorio di Paul Verhoeven.

 

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