Sarebbe troppo semplice gridare al ritrovato capolavoro, ma la sua prima parte ne ha tutta l’evidenza. Grazie al Far East Film Festival di Udine, oggi abbiamo potuto capire perché A Day Off di Lee Man-hee si è guadagnato subito questa fama in Corea, dal 2005, anno della sua prima proiezione dopo trentasette dalla censura che nel 1968 ne aveva impedito la distribuzione. Sicuramente all’entusiasmo ha contribuito la sorpresa del suo ritrovamento. Il film era ormai dato per perso e la sua fama era dovuta solo al radicale rifiuto del regista e della produzione di farselo sconvolgere dai tagli e rimaneggiamenti della censura. Preferirono “metterlo in cella e buttare la chiave”, condannandolo all’oblio e forse sperando che qualcuno un giorno lo ritrovasse “vivo e sano”. Così è stato quando in occasione della preparazione di una retrospettiva del Korean Film Archive al Busan International Film Festival del 2005 il film viene non solo ritrovato, ma in una versione integra, priva dei tagli di censura, tranne uno: il suo incipit. A Day Off doveva iniziare, infatti, con un cadavere portato dall’acqua e una voce off che in flash back raccontava l’ultimo giorno che aveva preceduto il suicidio. Tutta la vicenda si svolge in una domenica, il giorno in cui per il protagonista era abitudine incontrare una donna. Non sono questi gli unici tratti che s’inscrivono nel genere noir.

 

Appena la voce narrante ci lascia il film parte con un “oracolo”, una vecchia ambulante che fa predire il futuro a un uccello in gabbia, che per pochi spiccioli sceglierà un fogliettino. Il destino è già scritto: oggi una donna può portarti alla morte, evitala. E lui risponde che intanto le ha già sottratto gli unici spiccioli che gli erano rimasti. Insieme al destino anche il film è già scritto, lui non ha alcuna intenzione di evitare quella donna e sarà per i soldi che finirà in disgrazia. E non è solo maestria di scrittura, già in questi primi pedinamenti avvertiamo un’empatia tra macchina da presa, attore e scenari che rapisce lo sguardo e ci riporta alla mente tantissimo cinema a questo film contemporaneo. Il ’68 è stato davvero universale, e anche un paese a quel tempo sotto la dittatura militare, come la Corea del Sud, e che non è mai entrato negli annali né politici né cinematografici di quella stagione mondiale, ne era invece parte viva. Il protagonista è un giovane borghese senza lavoro, probabilmente laureato. Per vivere ricorre a piccoli espedienti, descritti con simpatia e dinamicità. Pur senza soldi prende un taxi e al momento di pagare scende a comprare un pacco di sigarette, convincendo il tassista a prendere il resto dalla tabaccaia, che a sua volta pensa sia il tassista a darlo a lei. Fuggito via, scopre di non avere fiammiferi e si avvicina a un gruppo di operai edili, al lavoro intorno a un fuoco. Il modo in cui solidarizza immediatamente con loro, offrendo a ognuno una sigaretta, è forse tra i gesti più politici di tutto il film, privo di qualsiasi didascalismo. Semplicemente, qualsiasi studente del sessantotto si riconoscerebbe in quell’attitudine e non può meravigliarci scoprire che Shin Sung-il era in quegli anni l’icona ribelle per eccellenza, il James Dean della Corea del Sud. Siamo lontanissimi dalla critica sociale programmatica e dentro un acuto sguardo fenomenologico. La conferma viene subito dopo, con la comparsa della donna (Ji Yoon-seong). Una lunga sequenza esemplare che fa pensare ad Antonioni sia formalmente sia per la condizione di radicale solitudine in cui i due amanti sono costretti e non sanno darsene una ragione. La tessitura dei dialoghi si trasforma in un ambiguo reciproco soliloquio, tra un presente senza futuro, e un futuro a cui manca la presenza (“di cosa parliamo? del presente o del futuro?”). Il vivere alla giornata iniziale (“oggi la tabaccaia domani un alimentari”) s’infrange e lascia solo un doloroso vuoto. Uno spazio vuoto che la macchina da presa sente e rende partecipe con la stessa empatia, facendo vibrare non solo vento e sabbia ma persino l’aria stessa tra i personaggi, e gli alberi spogli che li circondano e li separano, o il corpo di una città, che sembra ferita più che in costruzione, semmai aperta su un tavolo di autopsia. Sin qui l’opera di perfezione, ma quello che sorprende è invece l’originalità del secondo impianto.

 

Dopo un campo lunghissimo, in cui vediamo lui allontanarsi improvvisamente da lei, apprendiamo che lei è incinta e vuole abortire, non avendo loro di cosa vivere. È sicuramente la parte meno convincente del film, ma che lo rende unico per questo doppio registro, in cui il film senza abbandonare il noir, con il protagonista costretto al furto per racimolare i soldi per l’aborto, al contempo vira verso un melodramma sociale, che può far pensare a Douglas Sirk o a Nicholas Ray. Ancora una volta non è la denuncia sociale in primo piano, quanto l’inaccettabilità dell’abbandono di lei da parte del protagonista. Saputo che lei ha una gravidanza pericolosa per la sua vita e che deve essere operata d’urgenza, lui fugge via e passerà la notte a perdersi in un disperato incontro occasionale. Consumatosi il melodramma il film si chiuderà, ancora come un noir, con una cristallina metafora visiva del binario morto. Insieme al senso di colpa si sarà consumato anche il pacchetto di sigarette, che una a una il protagonista continuerà a cercarsi di accendere frugandosi le tasche per un fiammifero che sa di non avere, tranne poi offrirne o farsele accendere da altri. Una scansione del tempo, una reiterazioni di azioni, uno spazio drammaturgico, un uso asciutto privo di qualsiasi simbolismo e senza fastidiose messe in evidenza. L’unica reiterata “morale” del film, che lo allontana e al contempo lo avvicina alla critica sociale, tanto quanto all’esistenzialismo, è che “l’assenza dei soldi è la sola colpa di tutto”. Il che è pari a criticare la necessità stessa dei soldi per poter vivere. Paradossalmente è un messaggio che rende il film ancora più attuale (oggi che in tutto il mondo cresce l’idea di sganciare il reddito dal lavoro) nella sua inattuale storicità (essendo girato in paesi che hanno conosciuto e continuano a conoscere incredibili crescite economiche, difficili da credere vedendo il film). Ci dice anche che il cinema dell’estremo oriente aveva potenzialità che non possono essere ridotte ad un mero frainteso postmodernismo. C’è anche della cenere sotto cui cova un fuoco che merita di essere riattivato.

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