Free Fire potrebbe essere il segmento qualunque di un qualunque film d’azionedall’ambientazione anni ‘70 e musicato da una manciata di belle canzoni sfornate nel decennio, dilatato fino al parossismo di una messa in scena che spazza via storia, personaggi e i generi cinematografici miscelandoli in un’arena dove il fuoco libero riduce tutto a brandelli. Il tratto stilistico è chiaramente quello del divertissement, più che di uno sguardo teorico sul dinamismo esasperato dell’action o sullo smantellamento di un genere, e a ben guardare non interessa nient’altro al regista Ben Wheatley, che fa della minutissima trama del suo film il pretesto per un gioco spassoso di sparatorie e conflitti a distanza tra due gruppi di trafficanti di armi, senza badare a infondere linfa nuova a una tipologia di storia, e di film, già frequentata al cinema innumerevoli volte. Le bande in questione puntano a un affare, la compravendita di fucili d’assalto in un edificio abbandonato di Boston, ma qualcosa va storto e manda all’aria ogni scambio, finendo per trasformare la tensione dell’incontro criminale in una giungla di pallottole e sangue. Ed è paradossale, quasi parodistico, che l’innesco della lunga e caotica battaglia avvenga mediante la scelta di un ossimorico ralenti, dilatazione nella dilatazione, prima tessera del domino che dà avvio a una catena frenetica di spari senza sosta.

Le esigenze narrative (di un intreccio, di uno scandaglio di psicologie) soccombono al gioco cinematografico di Wheatley, alla frenesia di una vorticosa accelerazione che non valica mai un livello epidermico della rappresentazione:è un gioco che resta volutamente bidimensionale, così come i personaggi non vanno al di là di figurine caricaturali in balia di eventi distruttivi e violenti, senza dialoghi particolarmente brillanti o evoluzioni individuali. Il regista lascia che l’azione soverchi la scena, che si appropri della scenografia e di ciò che la costituisce, quasi che tutto il resto sia solo accessorio di una sorta di trigonometria esplosiva in cui non ha senso chiedersi chi spara a chi, dove vadano le pallottole, e neppure come mai non siano fatali alla persona che se le becca in petto o in testa. In un film come Free Fire, alla fine, conta poco o niente inoltrarsi alla ricerca di una strategia narrativa sottesa o di un senso particolare da leggere tra i colpi d’arma da fuoco: è irrazionalità quasi astratta, pura lotta per la sopravvivenza, che però si esaurisce nel suo esistere, nonostante riesca a intrattenere e divertire nei suoi 90 minuti di durata vincolati a un solo luogo, da cui è impossibile uscire illesi. In questa agone dove nuove iene (perché poi si torna inevitabilmente sempre da quelle parti) si giocano fino all’osso il senso di una loro presenza, il cinema ambisce a descrivere e destrutturare il caos. E anche se stesso.

 

 

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