Una storia atipica raccontata con un tono di esemplare normalità e pacatezza. Marc Webb torna sui suoi passi e con Gifted – Il dono del talento accantona le evoluzioni del giovane Spiderman (sono suoi e due Amazing Spiderman) e si precipita nei cortocircuiti sentimentali di un uomo e della sua nipontina, vero e proprio prodigio della matematica, cui lui vorrebbe regalare una vita normale, a dispetto del suo dono di piccolo genio. E ci riesce per molti anni, rinunciando alla sua carriera da professore universitario e trasferendosi con lei in Florida a riparare barche. Non c’è nulla di nuovo in questo film, o di sorprendente. Ma può accadere che la tenerezza di un racconto e i modi in cui questo ci viene proposto, facciano la differenza. E così si ritrovano zio e nipote contro tutti: la nonna, che la vorrebbe a tempo pieno in una scuola per geni, il giudice, le insegnanti, persino una certa prassi educativa sembrano non capire il valore di sentimenti e normalità. Li indaga, invece, Webb spingendosi nei territori pericolosi dello stereotipo sdolcinato e uscendone grazie ad una sceneggiatura perfetta, fatta soprattutto di momenti privati, intimità, solitudini e riflessioni. Nessuna scena ad effetto, nessun compiacimento per un film lieve nello sguardo e fatto di dialoghi efficaci e svolte intelligenti. Perché, per relazionarsi con una bambina che può leggere Cartesio, sono necessari linguaggio appropriato e una sincerità senza compromessi.

Per realizzare il suo progetto “indipendente”, costato solo 7 milioni di dollari, Marc Webb (il cui ultimissimo lavoro  The Only Living Boy in New York è stato presentato alla Festa di Roma) si muove in controtendenza, privilegiando punti di vista insoliti, marginali, addirittura opposti rispetto all’ordinario, proprio come il precedente 500 giorni insieme era una storia d’amore che rifuggiva dai soliti schemi e finiva per essere la cronaca di un distacco. Il fatto è che entrare nelle vite private dei personaggi è necessario descriverne i rapporti famigliari e insinuarsi dentro le piccole o grandi ferite che questi si portano dietro. E per tutti i protagonisti di Gifted si tratta di fare i conti proprio con il dono di un’intelligenza superiore, un dono scomodo e pericoloso per la distanza cui ti può spingere lontano dalla realtà concreta e dal lato divertente e surreale del quotidiano. Così la distanza diventa il centro attorno al quale lavorare, attraverso un approccio che punta sulla semplicità del linguaggio, con la macchina a mano sempre in millimetrico movimento, come a voler sorprendere i suoi personaggi ad ogni istante, come se ogni minuto fosse regalato, improvvisato nel divenire dei sentimenti. Questo il pregio maggiore di Gifted, che ricorda Proof di John Madden e Il mio piccolo genio di Jodie Foster, declinando, però, il tema dentro un ambiente più rarefatto e un divenire nel quale far crescere la storia e i suoi protagonisti.

 

 

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