in-the-heart-of-the-sea-ron-howard-chris-hemsworth-trl-439Nel 1850, sull’isola di Nantucket (Massachusetts) un giovane con esperienze di navigazione su una baleniera e con l’idea di realizzare un grande libro sul mare, incontra un vecchio marinaio, chiuso in un mondo di alcol e fantasmi, riluttante a raccontare la propria storia; ma che infine lo fa, se non altro per accontentare la moglie, che si prodiga in ogni modo per rimpinguare le scarse finanze familiari e guarda con favore al compenso offerto per poche ore di ricordi. Sta nascendo un romanzo che rimarrà nella storia della letteratura americana, perchè lo scrittore Hermann Melville utilizzerà (in parte) la materia offertagli dal “sopravvissuto” Thomas Nickerson per costruire il suo capolavoro, Moby Dick. È quanto ha potuto appurare lo storico bostoniamo Nathaniel Philbrick inin-the-heart-of-the-sea-109485 una ricerca d’archivio sulle vicende avvolte nel mistero della nave Essex, che gli è valsa il prestigioso National Book Award, pubblicata nel 2000 in forma di saggio con titolo che, tradotto letteralmente, risulta Il cuore dell’oceano: il naufragio della baleniera Essex. Il titolista italiano, come spesso avviene al momento di decidere come presentare un film, ha fatto scelte più pilatesche, lasciando in originale (con una modifica esiziale) il titolo principale e introducendo maliziosamente un sottotitolo che funziona da stimolo per il recupero dell’immaginario cinematografico e letterario forgiato da decenni di richiami alla mitica “balena bianca”. Il regista Ron Howard, il Ricky Cunningham di Happy Days, ha invece, da parte sua, rispettato l’essenza della storia indagata da Philbrick, per cui la trama di Heart of The Sea- Le origini di Moby Dick è asciutta, mentre tradizionale risulta la sua costruzione: una cornice notturna e piovosa ambientata alla metà dell’Ottocento, perfetta per una narrazione a lume di candela; il cuore della stessa rappresentato dal racconto marinaresco risalente nel tempo di circa una trentina d’anni, arioso e spettacolare, che mette a fuoco una caccia alla balena che si tramuta in lotta contro la natura primordiale, in cui l’uomo perde l’illusione di essere il re dell’universo per acquisire consapevolezze nuove.

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chris-hemsworth-heart-of-the-sea_980x571Deve essere piaciuto in particolare quest’ultimo aspetto al cineasta di Duncan (oltre, naturalmente, all’idea di spettacolo insita nella storia: in questo Howard era e resta un autore incontrovertibilmente hollywoodiano), nella cui filmografia (Cocoon, Willow, Cuori ribelli, Apollo 13EdTv, A Beautiful Mind, The Missing, Cinderella Man, Il codice Da Vinci, Frost/Nixon, Rush) ricorre sovente come centrale il tema delle circostanze che mettono l’uomo di fronte a sfide particolari o addirittura a situazioni decisamente avverse che ne testano le capacità di resistenza, di sopportazione, di andare oltre i primi limiti. È quanto succede a Thomas, che viene imbarcato come giovane mozzo sulla “Essex”, a cui tuttavia il regista affida il prevalente ruolo di testimone nella cornice (per l’interpretazione del grande Brendan Gleeson), lasciandolo più defilato nella parte oceanica; ed è certamente ciò che accade all’ufficiale in seconda Owen Chase (il “dio del tuono” Chris Hemsworth, titanico anche senza il martello di Thor), valente conduttore di imbarcazioni, costretto per censo e sfortuna a sottostare al comando dell’inetto rampollo altoborghese George Pollard. Proprio la contesa di Chase con Pollard – peraltro assolutamente lontana dagli stereotipi del genere, coron_howard_69221n la tensione trattenuta e spenta prima che deflagri -costituisce la maggiore licenza di Howard rispetto al testo che l’ha ispirato: l’introduzione di un personaggio con le caratteristiche di Pollard è un’invenzione che serve al regista per portare avanti un proprio personale discorso cinematografico (e forse anche per prefigurare l’ossessione melvilliana impersonata dal capitano Achab) ma che non è storicamente fondata. Se lo scontro tra Chase e Pollard rimane latente per tutto il film, trova invece spazio la lotta con la balena, pronta e emergere dalle acque per “vendicare” la caccia che le viene data senza quartiere. E che, nell’andamento della storia, prevede un ribaltamento di ruoli, con la preda che si trasforma in cacciatore. Il racconto si fa a tratti epico e vibrante, adeguandosi nella seconda parte agli sviluppi dell’intreccio, per cui il ritmo viene dettato dalla bonaccia che accompagna la lenta deriva dei naufraghi braccati dal “Leviatano”. Ma la regia si tiene lontana dagli influssi filosofici che caratterizzano Moby Dick: non va in scena il conflitto tra Bene e Male, non c’è riflessione teologica né analisi scentifica (il libro di Melville è pure, tra le altre cose, un trattato di cetologia), ma solo quello, decisamente contemporaneo, tra Uomo e Natura. Un conflitto che non assume mai valenze metafisiche e in cui gli esseri umani possono al massimo aspirare al pareggio, anche se credendosi padroni del mondo pensano di aver già vinto. Lontano tanto dalla perfezione stilistica di Master & Commander (2003) di Peter Weir quanto dalla ricostruzione potente e in chiaroscuro, ma oggi un po’ datata, di John Huston (Moby Dick, 1956), Heart of The Sea è comunque un film riuscito: non memorabile, certo, ma avvincente e senza  retorica.

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