61Una commedia nera, scritta sul filo del dissidio tra mondo interno ed esterno, tra la percezione e l’espressione di sé, in bilico sul gioco complesso che si instaura tra la propria identita’ e la narrazione di sé che si fa al mondo. Daniel Mantovani, il protagonista di Il cittadino illustre, è del resto uno scrittore, uno che di narrazioni se ne intende tanto da aver vinto quel Nobel per la letteratura che l’Argentina di Borges ha sempre rimpianto. Già su questo filo la coppia di registi argentini Gastón Duprat e Mariano Cohn tessono un impianto identitario forte per questo loro film all’apparenza semplice, in realtà piuttosto intenso e imprevedibile. Come nei loro lavori precedenti, Duprat & Cohn insistono infatti su una questione radicale per la coscienza argentina, elaborando il complesso sistema di riferimento identitario di un popolo disperso nell’intima diaspora di cui è portatore: El Artista era la storia di un infermiere che diventa famoso spacciando per sue le opere rubate a un vecchio catatonico dell’ospizio, mentre El hombre de al lado inscenava lo scontro tra un un raffinato designer e il volgare dirimpettaio che ha aperto una finestra sulla parete della casa firmata Le Corbusier in cui vivono. In entrambi i casi l’arte come sistema di riferimento della realtà più intima diventa lo specchio in cui la coscienza di sé si deforma e assume parvenze grotteste, come fosse la superfetazione di uno smarrimentio e, conseguentemente, di una violenza fisica e mentale cui è impossibile sfuggire. La parabola del Cittadino illustre si muove infatti lungo la stessa linea, spingendo il protagonista nel perimetro identitario della provincia argentina da cui era fuggito disperato, per diventare uno scrittore di fama internazionale vivendo in Spagna e scrivendo romanzi in cui trasfigurava la condizione umana nello scenario di Salas, la cittadina da cui era partito anni addietro.

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Ora che, gravido di un Nobel che ha ritirato con non poco sdegno (fondamentale la sequenza dell’incipit per definire il tono del personaggio e del film), versa in una crisi ormai lunga cinque anni, Daniel Mantovani accetta di tornare nel ventre profondo e per lui inconsciamente ributtante di un luogo in cui ha preso forma e su cui ha forgiato la sua arte: l’invito dell’amico sindaco a tornare a Salas per ritirare l’onorificenza di cittadino illustre lo trova imprevedibilmente disposto a un viaggio che ben presto assume le sembianze di un incubo surreale, sempre più sospinto nel dissidio tra la compiacente accondiscendenza e la virulenza del disgusto per un mondo che ha rifiutato. Duprat & Cohn costruiscono sempre il senso del grottesco sul confronto radicale tra la verità di cui l’arte è portatrice e la menzogna che l’artista incarna nel mondo, sicché ben presto il coacervo di attenzioni affettate di cui lo attorniano i suoi vecchi compaesani si ribalta in un rigurgito di passato che tinge la commedia dei colori torvi di una tragedia buffa. Lo scrittore si trova così  nel mezzo di una disputa che lo vede accusato di aver gettato fango sulla terra da cui è scappato, mentre lo scenario un tempo familiare si rivela uno specchio in cui l’uomo riflette il fallimento dadydel suo mandato d’artista, ma anche il trionfo di quella misera e volgare verità umana che lui ha sempre cercato di raffigurare impietosamente nella sua opera. Abituati come artisti e come autori televisivi d’avanguardia a gestire il rapporto tra vero e verosimile, cosi’ come a elaborare il dissenso intimo tra realtà e raffigurazione, Duprat e Cohn non tradiscono nemmeno in questo loro nuovo film il senso di un confronto ambiguo e instabile con le trame della messa in scena. La Coppa Volpi riservata dalla Mostra di Venezia all’interpretazione di Oscar Martínez va del resto a premiare un elemento nodale del film, che proprio sul volto ambiguo dell’attore, sulla sua equidistanza tra compiacenza e riprovazione, lusinga e disappunto, costruisce l’equilibrio tra la commedia e il dramma in cui finirà per versare la parabola.

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