Quattro anni dopo lo strabismo apocalittico di Adieu au langage, Jean-Luc Godard torna a Cannes con un film (in concorso) che recupera il passato e lo trasforma in testo contemporaneo, inarrestabile girandola tanto densa da essere impossibile da contenere (e descrivere). Nient’altro che silenzio, nient’altro che un canto rivoluzionario”, una storia in cinque capitoli, come le dita della mano, che scorre con tale energia da travolgere ogni sguardo. E infatti l’inizio mostra una mano che indica verso l’alto, e poi ancora mani che srotolano una pellicola appiccicata dal tempo e dall’emulsione (libro di immagini, appunto). E la voce roca di Godard che dice “siamo sempre dalla parte delle bombe”. I colori sono accesi, pastosi, i rumori intensi, perché ancora una volta ogni cosa comincia dal cinema, che è verità e utopia, luogo reale dell’immaginazione e della militanza, scatola magica per interpretare il presente. Il titolo – Le Livre d’image – d’altra parte, ha già detto tutto, perché questo film è come il vaso di Pandora delle immagini, un libro di infinite pagine, catalogo ipnotico di ritagli, parole, film, dipinti, musica, storie, Storia. Cocteau, Eddie Constantine, Johnny Guitar, Pasolini nella Repubblica di Salò, L’Atalante, Rosa Luxemburg, Gauguin. Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, Sicilia! e Apocalypse Now, l’Olocausto e Menschen am Sonntag. La struttura è quella delle Histoire(s)du cinéma ma spezzata e frammentata, senza fine o inizi. Le parole che si interrompono, il gioco strabico, questa volta coinvolge il suono, come quando le casse si inceppano e lo STEREO diventa MONO. Ma si tratta di un sofisticatissimo sistema stereo, ideato dallo stesso Godard, per far scorrere contemporaneamente più canali e creare l’idea della pluralità di voci in contemporanea e ancora una volta spaesare lo spettatore, che deve fare continue scelte nella visione\percezione di questo film. Sentire da un solo orecchio, destro, sinistro, destro, come il 3D di Adieu au langage. E vedere immagini sempre più parziali, che si stanno decomponendo o che hanno perso parte della loro memoria interna. Ma che sono esse stesse portatrici di una memoria assoluta di poesia e di politica. Rim(ak)es che si susseguono grazie ad un uso del montaggio che si fa gesto vivo e vibrante, che inneggia la rivoluzione nella sua stessa forma anticonformista e manipolatrice.

Il poema democratico di Rimbaud “La bandiera va verso il paesaggio immondo, e il nostro gergo soffoca il tamburo”, dice Godard, ma Rimbaud continua ed risuona nel film il suo inno alla rivolta (“Nei paesi impepati e infradiciati! – al servizio dei più mostruosi sfruttamenti industriali o militari. “Arrivederci qui, in un posto qualunque. Coscritti di buona volontà, avremo la filosofia feroce”). E poi ci sono le immagini sporche di you tube e della rete, la Siria sotto le bombe, il Medio Oriente violato, i paesi arabi interpretati solo attraverso la lente deformante dell’Isis, mentre il cinema, la letteratura, la poesia, la bellezza non hanno alcun peso ai nostri occhi. Nel solo romanzo scritto in lingua araba dallo scrittore egiziano Albert Cossery, si racconta di un paese immaginario del Golfo Persico in cui non esiste petrolio, quindi, automaticamente fuori dai conflitti del resto del mondo. Ma quando la capitale Dofa viene attaccata da una serie di bombe artigianali il protagonista, che teme che il suo paradiso possa essere a rischio, cerca di spiegare ai responsabili degli attacchi il pericolo di trasformare il paese nell’ennesimo giocattolo del grande potere imperialista, responsabile di tutte le disgrazie. Unico monito di Godard, che risuona come un grido di rivolta.

 

Immagine e parola

Sembra un brutto sogno scritto in una notte tempestosa

Sotto gli occhi dell’Occidente

I paradisi perduti

La guerra è qui

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