Il rito antropologico del capro espiatorio in Coup de chaud

poster1_fr_bigUn’anonima cittadina di campagna francese povera e bruciata dalla siccità, tensioni tra gli abitanti ricchi e quelli meno ricchi, famiglie disfunzionali, relazioni intorbidite dall’eccesso di vicinanza, in una versione rivista e aggiornata di Una lunga estate calda di Martin Ritt. Josef, un ragazzo affetto da disordine caratteriale e affettivo che non riesce a non intrufolarsi nelle case e nelle vite degli altri, maneggiandone gli oggetti, a volte impadronendosene: un comportamento socialmente fastidioso, perfino inammissibile, ma in definitiva innocuo, non stemperato da nessun elemento di simpatia o genialità. Il regista Raphael Jacoulot riesce a costruire una suspense tesissima e perturbante sull’ambiguità fastidio/innocuità che si scioglie solo con la fine tragica del film. Al “diverso” si affiancano tanti personaggi apparentemente “ordinari”: il ricco possidente del paese che ruba la pompa che serve a salvare il raccolto della vicina meno abbiente, il figlio del ricco che stupra la figlia del barista. Di questi due misfatti, come di molti altri fatti minori, viene accusato il “diverso”, innescando una caccia al mostro idealmente simile a quella di M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang. Finché il più innocuo degli “ordinari”, il mite e inconcludente vetraio vessato dalla moglie, non compie durante un temporale notturno un atto immotivato, gratuito come quello teorizzato nello Straniero di Albert Camus o come quello mostrato nel finale pseudoapocalittico di America oggi di Robert Altman: uccide Josef. Mentre la pioggia libera il paese dalla siccità, l’ordinario rimuove il diverso:  Coup de chaud declina a modo suo il rito antropologico millenario del capro espiatorio e lo fa con una crudezza e una asciuttezza di immagini che colpiscono.

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