Il silenzio del mare: STYX di Wolfgang Fisher

C’è un cinema morale e un cinema che cerca la morale. Il limite tra i due sta nell’attitudine con cui si guarda al mondo, ovvero se si cerca una verità interiore da mostrare come trama poetica dell’esistere o si evoca una consuetudine comunemente accettabile per dare un senso agli interrogativi, ai dubbi e ai drammi della vita quotidiana. Styx, il film dell’austriaco Wolfgand Fisher che, partito dal Panorama della Berlinale 2018 (dove ha vinto il Premio della Giuria Ecumenica), è ora finalista del Premio Lux della Comunità Europea, sta più sul secondo versante che sul primo. Ciò non toglie che sappia anche farsi carico di un rigore espressivo e di una definizione degli eventi determinata, che gli permettono di disporre sulla scena gli elementi tematici con equilibrio e onestà. La scansione in tre step narrativi descrive infatti il cammino della protagonista verso il confronto diretto con la più grande responsabilità che il mondo si porta oggi sulla coscienza, quella legata al disperato flusso migratorio che giunge quotidianamente alle nostre porte. Lo fa lasciando da parte ogni eccesso drammaturgico, qualsiasi strategia della facile commozione, qualunque atteggiamento compassionevole, preferendo porre in essere un dramma in cui il nucleo verte sul rapporto tra azione e inazione, sulla contrapposizione tra l’essere in presenza di una tragedia e dover fare i conti con la possibilità e l’impossibilità di agire e reagire.

 

Puntando su una strategia del silenzio, Wolfgang Fisher pone sullo schermo situazioni ed eventi che esemplificano con flagrante ma anche astratta drammaticità il dissidio in cui viviamo: tre capitoli per raccontare la perdita di coordinate della protagonista, Rike, medico quarantenne di Colonia, abituata alle emergenze perché fa servizio sulle ambulanze. La vediamo in principio nel suo lavoro: gesti precisi, messa in sicurezza dei feriti, intervento immediato. Lo stacco ce la mostra sul suo veliero, che naviga in alto mare in solitaria, una vacanza da Gibilterra verso il paradiso darwiniano dell’isola di Ascensione, nel mezzo dell’Oceano Atlantico, fra l’Africa e il Sudamerica. La sicurezza con cui governa l’imbarcazione, anche durante una notte di tempesta, si infrange nel terzo movimento del film contro l’avvistamento, a qualche centinaio di metri, di un peschereccio che va alla deriva, carico di uomini, donne e bambini. La guardia costiera che ha allertato non si fa viva, le imbarcazioni circostanti non intendono rispondere al suo SOS, lei stessa non può avvicinarsi al peschereccio, per evitare di scatenare una tragedia. Bloccata in mezzo al mare, con a bordo l’unico ragazzino che è riuscito a nuotare sino a lei, Rike si ritrova sospesa su un dramma che è metaforicamente quello in cui si trova oggi tutto il mondo. A fronte di questa raffigurazione chiara e forte, il film di Wolfgang Fisher adotta uno stile visivo che amplifica i contorni, rende netto il dialogo tra orizzonte e primo piano, intreccia il silenzio dei personaggi con l’impossibilità di un dialogo tra l’azione e l’inazione in cui il dramma si gioca. Pochi elementi, ma netti e precisi, per un film che ha il merito di schivare ogni facile trappola retorica. Non è poco, quando si affronta un simile tema.