Entra subito nel mezzo della storia, precipitandosi nelle vite dei suoi personaggi senza preamboli o perifrasi. Come aprire la tenda, dietro alla quale si era nascosta Maria, e rompere in mille pezzi lo specchio della leziosa finzione d’amore. Christophe Honoré costruisce L’hotel degli amori smarriti sul corpo della sua protagonista, una Chiara Mastroianni generosa, con l’espressione mesta e la faccia che sa essere imperscrutabile. È lei ad irrompere seminuda con la sua fredda verità nel gioco di due fidanzati, è lei a sconvolge gli equilibri di tutti i personaggi e l’ordine rigoroso della sua stessa vita. Nel suo incedere deciso e fiero, c’è una donna risoluta e razionale. Non confonde l’amore con il sesso, anzi, tiene ormai da tempo separate le due cose. Da una parte il marito Richard, con cui condivide vent’anni di matrimonio, una casa e la tranquilla routine quotidiana, dall’altra i numerosi e ripetuti amanti, scappatelle senza significato e senza implicazioni affettive. Ma quando lui scopre tutto, non serve spiegare, perché la “crisi” taciuta irrompe e travolge pensieri e sogni in una notte tormentata e insonne, visitata da apparizioni e fantasmi del passato e del presente. E quando lei si rifugia nella camera dell’albergo di fronte, appare chiaro che ci troviamo di fronte al più immaginifico stratagemma per mettere a confronto (l’uno di fronte all’altro) il maschile e il femminile, azioni e reazioni di una donna e di un uomo.

 

 

Così, lui si chiude in camera e nel suo dolore, mentre lei lo osserva dalla finestra e discute con se stessa attraverso la rivisitazione musical di una vita libera e disinibita. Una camera del tempo, circondata non a caso da sette cinema che illuminano la strada con i colori a neon delle insegne. “Può accadere di tutto fuori da un cinema” si diceva ne Gli amori folli di Alain Resnais, film cui questo assomiglia più di tutti nella leggerezza dello sguardo irrazionale, nell’ebbrezza delle infinite possibilità di cui è fatta la vita.  Christophe Honoré, che sa filmare la notte con le sue esili venature di malinconia, compie vere e proprie acrobazie con la sua macchina da presa e con lo stupore di cui si fa cantore. In uno spazio disegnato come fosse un palcoscenico circolare, si insinua con la macchina da presa nella profondità delle quinte che si aprono inattese. Dietro ogni porta c’è una storia, forse un’invenzione, dialoghi che si susseguono come voli di uccelli, volti che si moltiplicano come dentro falsi specchi, mentre il cinema porta avanti il suo monologo coraggioso e ambizioso, irrazionale e sentimentale. Femminile e femminista. Si scopre che tutto è davvero possibile, che il tempo non porta via il passato, anzi, lo cristallizza, come dimostrano i corpi giovani di Richard e dell’insegnante di pianoforte che ha amato in gioventù. Si incrociano al contrario, in differenti età della vita, enunciano ognuno il proprio desiderio e cercano di vivere ciò che il destino non ha voluto. Fantasmi in carne ed ossa che vagano chissà dove e spariscono con le luci del mattino.

 

 

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