Il tunisino Ala Eddine Slim sceglie il cinema della deriva

Akher-Wahed-Fina-1Avere uno stile, uno sguardo, una visione, un progetto estetico da portare avanti è essenziale. Se la poetica rimane però fine a se stessa, celibe, non comunicante (o, meglio, comunicante solo un compiacimento formale), e al cui interno si dispongono meccanicamente i pre-testi, il talento, innegabile, di un autore si disperde nella, altrettanto innegabile, sua esposizione presuntuosa (che è ben altra cosa dall’ambizione). È quanto accade in Akher wahed fina (The Last of Us, presentato alla Settimana della critica), esordio in solitario nel lungometraggio del trentaquattrenne regista tunisino Ala Eddine Slim e unico lungometraggio africano invitato alla Mostra. Il cineasta e video artista (esperienza che si sente e che pesa, nel senso, come successo anche ad altri artisti visivi passati al cinema, di non riuscire a ri-definirla in uno spazio creativo differente) aveva realizzato nel 2012, insieme a Ismaël Chebbi e Youssef Chebbi, Babylon, documentario che descriveva l’attesa dei rifugiati libici in un campo profughi tra la Libia e la Tunisia nella primavera del 2011. In quel lavoro, l’attesa veniva rappresentata con il ricorso a una durata espansa e rarefatta, a immagini pregne di simboli e con la scelta di non sottotitolare i dialoghi della quotidianità in una moltitudine di lingue e dialetti, rendendo così il film muto.

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Tra Babylon e Akher wahed fina ci sono strette connessioni. Come Babylon, e più di esso, anche Akher wahed fina è muto ed è costruito sul piacere di accumulare belle immagini: del deserto, delle strade, del mare (gli spazi che un giovane uomo senza nome, africano sub-sahariano, percorre in fuga da conflitti e in cerca di un approdo in Europa – diventando quindi metafora, fin troppo superficiale, di tutti i migranti); della notte e del giorno; di una terra deserta dalla vegetazione selvatica attraversata da un corso d’acqua, di una foresta colpita dalla nebbia e dalla pioggia (il luogo misterioso raggiunto dal protagonista, che lo esplorerà andando di deriva in deriva, finendo in una trappola per animali – dove si assiste a una delle metafore più banali del film quando l’uomo punta la torcia sul teschio di un animale e poi la gira sulla sua testa – e poi nella caverna di un uomo senza tempo vestito di pelli e simile a un orco che lo salverà e nutrirà tenendolo con sé fino alla sua morte). Akher wahed fina aderisce a quel “cinema della deriva”, dove la foresta è spesso presente come scenografia esteriore/interiore di un viaggio al (ri)trovamento di sé, che ha tra i suoi esponenti ritenuti più rappresentativi il portoghese João Pedro Rodrigues e l’argentino Lisandro Alonso (se, in questi anni, c’è una foresta che pulsa e respira cinema è quella de La foresta dei sogni, con titolo originale ben più appropriato, The Sea of Trees, di Gus Van Sant). Ala Eddine Slim accompagna il suo personaggio fino alla sparizione, alla dissolvenza (altra soluzione visiva e metafora fastidiosa) dentro l’immagine, di fronte a una cascata e sulla riva di un fiume. Sono poi certi inserti a rendere ancor meno apprezzabile il film: un occhio che lampeggia a tutto schermo in sovrimpressione su auto nella notte; le scritte-didascalie poetiche sull’erranza inserite al termine della prima parte; le forme grafiche geometriche che accompagnano quelle frasi sullo schermo nero create dall’artista Haythem Zakaria. Sono ulteriori vezzi in un testo che non produce mai sorpresa, incanto, disorientamento. Anche se pretende di farlo.