Quale punto di contatto è possibile individuare fra le epopee esistenzialiste in salsa pop che rendono irresistibili i disegni di Zerocalcare e la commedia “giovane” italiana? Forse il punto di partenza per indagare La profezia dell’Armadillo (film) è da ricercarsi in questa domanda. Non un semplice cinecomic, né una trasposizione fedele del celebre fumetto, ma un esperimento che nell’estroflettere l’universo “autoreferenziale” (in accezione per nulla negativa) dell’artista di Rebibbia, apra lo stesso alle dinamiche più consolidate della tradizione cinematografica italiana. I precedenti peraltro non mancano, la commedia con trentenni nostrana ha più volte flirtato con un linguaggio da comic-book (si pensi al primo Smetto quando voglio) e sarà anche per questo che La profezia dell’Armadillo rimanda a certi titoli di dieci o vent’anni fa, come Tutti giù per terra, o agli esperimenti “espliciti” come Paz!. Il lavoro di Emanuele Scaringi si accompagna così a quello dei quattro sceneggiatori accreditati: Oscar Glioti, Valerio Mastandrea che inizialmente doveva anche essere il regista, Johnny Palomba e Michele Rech, che poi sarebbe lo stesso Zerocalcare. Tutti insieme hanno cercato una prassi, un modulo che permettesse alla struttura episodica del fumetto originale di addensarsi in una narrazione pur sempre “divagante”, ma anche più lineare del modello.

Il film si concentra così sul ritmo, meno incalzante rispetto alla controparte, ma ugualmente attento a preservare la forza inquieta delle gag. Punto di snodo resta sempre il confronto tra Zero e il mondo, che nella forma cartacea diventa il pretesto per la posa in opera di un complesso e (neanche troppo) metaforico bestiario con cui l’autore di volta in volta visualizza amici, parenti, ma pure ansie e stati d’animo. Un lavoro che è un’autentica lezione sul dare forma al proprio universo interiore, sull’affrontare la forza dirompente dell’immaginazione per plasmare il mondo a propria misura e che permette alla “sua” Rebibbia di essere uno spazio perfettamente a metà tra il reale e il fantastico, dove le sfide sono enormi, e vedono impegnate una generazione cresciuta a pane e riferimenti pop. Un mondo dove permane sempre un certo cinismo, quell’arte dell’arrangiarsi, quel progressivo incattivirsi di fronte alle difficoltà che è anche tipico di un certo disincanto romano. Sarà anche per questo che le opere di Zerocalcare, nella forma più o meno divertita, sono sempre lunghi dialoghi con lo spettro della privazione e della Morte, qui incarnata dalla scomparsa dell’amica e primo amore Camille. Di tutto questo il film cerca di recuperare la traccia più intima e umana, rifiutando invece il confronto esteriore con le forme, spesso solo accennate con l’arma del dialogo: unica testimonianza visiva resta l’eponimo Armadillo, reso attraverso un’estetica da fantasy nipponico, tra Godzilla e i Power Rangers, con una tuta di gomma indossata da un attore – l’ottimo Valerio Aprea, che ribadisce il parallelo con Smetto quando voglio. Un espediente di per sé utile a confermare la natura potenziale di un universo reale eppure fittizio, dove lo spettatore “deve metterci del suo” per accettare il fantastico. E anche una scelta che finisce così per sintetizzare la sfida registica di un approccio concreto allo Zerocalcare mondo, ma che non vuole rinunciare fino in fondo alle possibilità d’immaginare altro (si veda anche il refrain del mammuth di Rebibbia, più insistito rispetto al fumetto). Naturalmente è più facile puntare il dito contro ciò che manca e che “sarebbe potuto essere”, se si fosse scelto di razionalizzare meno e accettare la sfida del modello in modo più radicale. Ma anche così com’è, La profezia dell’Armadillo riesce a riverberare certi umori genuini, un senso del disorientamento di una generazione che cerca il proprio baricentro negli affetti e nelle occasioni perdute. Un film che è un lungo tentativo di confronto con il tempo di oggi e di ieri, reso attraverso una funzionale struttura a flashback e l’agire umbratile di Simone Liberati, convincente controparte del vero Zerocalcare e che, dopo Cuori puri, si conferma interessante cantore della gioventù più inquieta. Meno incisiva la didascalica cornice a fumetti, che una volta di più sembra ribadire la logica del “vorrei ma non posso” che accompagna un po’ tutta l’operazione.

 

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