Il rapporto di reciproca influenza tra l’horror orientale e quello occidentale è ancora al centro della scena: passata la stagione dei remake che reinnestavano l’immaginario nipponico nel cuore di quello hollywoodiano – ma non sono trascorsi che pochi mesi dall’uscita del terzo Rings – si tenta la carta della contaminazione. Jukai: La foresta dei suicidi, in questo senso, è una perfetta operazione teorica: c’è una ragazza americana, Sara, che corre in Giappone, richiamata dall’eco della gemella Jess, evidentemente in pericolo. Come dire, il cinema hollywoodiano che insegue il proprio doppio nel cuore di quella contaminazione che si avverte come necessaria alla propria sopravvivenza. Il film si articola in questo senso come una ricognizione nei territori dell’immaginario fantastico nipponico (perlomeno così come percepito dal pubblico occidentale) e si immerge nella foresta di Aokigahara, celebre teatro di continui suicidi da parte dei cittadini che non riescono a reggere la fatica dell’esigente società nipponica. Lasciata fuoricampo la componente schiettamente sociologica, resta lo spaesamento della protagonista occidentale che, nell’inseguire la propria controparte, indaga nelle zone oscure del proprio passato, mentre si confronta con la minaccia orientale degli spiriti maligni che sembrano vagare fra gli alberi. Se, da un lato, è molto interessante l’idea di suggerire possibili linee di confine tra l’horror psicologico e le classiche storie di kwaidan (ovvero di fantasmi), il regista Jason Zada e i suoi sceneggiatori non insistono particolarmente sull’iconografia J-Horror, spostando il baricentro narrativo sulle atmosfere e le psicologie, delegando alle visioni orrorifiche i momenti con il classico “effetto bus” (quello che oggi, con neologismo anglofono, viene anche chiamato “jumpscare” e che mira a far saltare il pubblico sulla poltrona).

 

A cercare di sparigliare le carte c’è la scelta attoriale di Natalie Dormer, resa celebre da Il trono di spade, che conferma l’ambiguità prediletta dai suoi personaggi, sdoppiandosi nei due ruoli di Sara e Jess: l’una giudiziosa e in un certo senso perseguitata dalla responsabilità nei confronti della più scapestrata sorella, l’altra per l’appunto sconsiderata e dal look più dark. Come già nelle interpretazioni che l’hanno resa più nota, la Dormer unisce una certa solare innocenza a una durezza problematica, ma la divisione in due ruoli risulta un po’ programmatica, nonostante i buoni propositi che rovesciano i punti di vista attraverso le rivelazioni del caso: a contare di più è quindi il rapporto fra l’attrice e i comprimari, in particolare il reporter Aiden che la segue per scrivere un articolo su di lei. Una figura che ribadisce la natura teorica dell’operazione, e l’esigenza di realizzare un’opera che sia anche riflessione sulla narrazione e sul confronto fra la certezza degli istinti e i timori istillati dalla ragione (o, per riflesso, dall’assenza della stessa, dove la paura prolifera). Sullo sfondo, come maggior motivo d’interesse, le reminiscenze cinematografiche che è possibile allargare non soltanto agli horror, ma anche a opere quali La foresta dei sogni di Gus Van Sant per l’uso della medesima location di Aokigahara. Ennesimo punto a favore di un titolo comunque più interessante che davvero riuscito.

 

 

 

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