Non capita spesso in un festival di poter vedere in sale contigue film che raccontano la stessa storia, produzioni diverse che il caso ha voluto figlie dello stesso tempo. Da un lato la 34a edizione del Torino Film Festival propone Christine di Antonio Campos, già presentato al Sundance Film Festival, dall’altro Kate Plays Christine di Robert Greene, entrambi ispirati alla storia vera di Christine Chubbuck, la reporter che il 15 luglio 1974 si suicidò in diretta sparandosi un colpo in testa durante un notiziario della rete TV locale WTOG di Sarasota in Florida. Entrambi figli di Quinto potere (1976) di Sidney Lumet. Il primo viene presentato in concorso, il secondo nella sezione laterale Festa mobile. Una grande produzione contro una piccola produzione, accomunate dalle interpretazioni magistrali delle rispettive attrici protagoniste, Rebecca Hall e Kate Lyn Sheil. Una fiction la prima, nel senso più alto del termine, mossa dall’ambizione di ricostruire un pezzo di storia scavando dentro gli eventi fin nei dettagli e tentando di ricostruirne i moventi, le sfumature psicologiche (depressione, frustrazione sessuale, disagio familiare ecc.), al di là di ogni possibile senso di mistero, anzi col preciso intento di penetrarlo e dissolverlo.

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Una docufiction la seconda, che racconta i preparativi e la realizzazione di un film sul dato reale, concentrandosi sul lavoro che l’attrice deve fare per calarsi nel personaggio, scavando nella psicologia della prima piuttosto che in quella del secondo e interrogandosi sulla raccontabilità stessa della storia, fino all’esito paradossale in cui, nel momento stesso in cui si rifiuta di entrare nell’irrappresentabile per eccellenza, la morte, si decide di gettarlo in faccia allo spettatore in forma di provocazione, paradosso, tra fastidio, shock, ironia e grottesco. Insomma le due facce di una stessa medaglia, che ruotano e si scambiano continuamente, storia e racconto, vero e fittizio, pudore e sfrontatezza, fino a diventare indistinguibili.

 

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