Un bizzarro musical, tanto surreale nella forma quanto concreto ed esatto nell’esposizione dei fatti. Che poi sono il mondo in pericolo per l’insensatezza dell’uomo miope di fronte ai disastri che i suoi interventi producono sul pianeta. La donna elettrica di Benedikt Erlingsson pone al centro del suo film lo sguardo impegnato di una donna, l’insegnante di musica Halla, in lotta contro la locale fabbrica di alluminio e, più in generale, contro le grandi industrie che promettono di rovinare la natura selvaggia dell’Islanda, perché nel resto del mondo ci si è spinti già un po’ oltre la soglia della crisi. E così mette in scena veri e propri atti di sabotaggio, armata di arco, frecce, cesoie, tenda, maglioncino tipico. L’inizio si consuma tutto sul campo, con questa “donna delle montagne” che fugge attraverso l’altopiano erboso, dopo aver fatto saltare uina linea elettrica. La polizia la cerca con tutti i mezzi, vengono coinvolti i droni, gli americani, gli israeliani e i cinesi, si mettono telecamere satellitari dovunque per catturare la banda di terroristi che sta disorientando politica, economia e opinione pubblica.

 

Fa sorridere la differente serietà con cui le due parti affrontano il problema. Da un lato Halla, seria, coerente, caparbia e lieve nelle sue scelte radicali di vita e di pensiero, dall’altra il sistema fatto di uomini confusi e irritati, semplicemente omologati nel non pensare mai alle proprie origini, alle leggi ancestrali e universali che hanno reso possibile la vita sulla Terra. Lampi di genialità incastonati in una narrazione intelligente e seria, graffiante come quando si contrappone il silenzio efficace di lei al fiume di parole dei suoi antagonisti. Le idee e gli ideali contro il profitto, nessun compromesso può fermare le prime, ma l’avidità e le regole sociali sorreggono le seconde. Ad accompagnare la donna nelle sue scorribande, una piccola orchestrina estemporanea(trombone, pianoforte, percussioni e una fisarmonica) e un coro di tre donne ucraine vestite con gli abiti tradizionali, come se a queste visioni spettasse il compito di sostenere le imprese coraggiose e solitarie della nostra guerriera, come se alla musica fosse affidato il compito di entrare nel territorio segreto dell’animo limpido di Halla. Non solo una trovata di grande effetto, quindi, ma uno stratagemma capace di fare del cinema il territorio giusto per esprimere speranza, ambizione, spiritualità, ideali, appunto, come i musical più belli raccontavano con la musica i moti profondi dell’animo umano. Il tono scelto da Erlingsson (proprio come nel precedente Storie di cavalli e di uomini), è sempre in ammirevole equilbrio tra straniamento e piglio grottesco, tra normalità ed eccezione, dosando le incursioni divertenti (il turista spagnolo in bicicletta, più volte arrestato per sbaglio, per caso sempre nel posto sbagliato nel momento sbagliato), con parentesi di riflessione esistenziale, fino alla fine, nel viaggio in Ucraina da parte di Hella, per l’adozione di una bambina orfana di guerra. Scelta non casuale perché quello che viene mostrato è un paese letteralmente raso al suolo e più che mai fragile rispetto ai rivolgimenti della natura. L’Islanda come potrebbe essere se nessuno si fermasse a pensarci davvero.

 

Scrivi