dardenneUna giovane dottoressa rinuncia a lavorare in uno studio medico più prestigioso per continuare a praticare nell’ambito del servizio pubblico. La ragione di questa improvvisa inversione di rotta sta in un senso di colpa tutt’altro che latente, ma improvviso, nato da un gesto egoista e di rivalsa nei confronti del suo tirocinante (che vorrebbe aprire la porta ad un ipotetico paziente, arrivato molto dopo la chiusura dell’ambulatorio, salvando, così, la vita della sconosciuta cui è dedicato il titolo). Inizia in questo modo La fille inconnue di Jean˗Pierre e Luc Dardenne, film notturno e periferico, spinto in un paesaggio senza mai punti di riferimento, che si aggira sempre più sperduto geograficamente e nel senso del trascorrere del tempo. Così accade che ci si perda e che il dentro e il fuori si sgretolino e perdano il loro significato semantico, mentre il giorno e la notte acquistano un valore puramente esteriore. Nel suo girovagare, alla ricerca dell’identità di una ragazza nera, uccisa proprio davanti all’ingresso dello studio medico, Jenny rivela un microcosmo costantemente ambiguo e alienato, luoghi dove si consumano continuamente crimini diversi, dallo spaccio alla prostituzione, dai tradimenti alle ragazzate adolescenziali. Tutto si confonde e si stratifica, fino al punto che diventa per lei impossibile distinguere e aggirare gli ostacoli. Il suo percorso ottuso in un ambiente, invece, tanto insinuante, scoperchia i segreti e finisce per mettere in crisi un ordine primitivo ed invisibile, eppure terribilmente organizzato. Non c’è in Jenny un disegno preciso, così come non esiste in lei alcun desiderio di scoprire le ragioni di questo omicidio o l’identità stessa dell’assassino. Eppure tutto questo accade, poiché, esattamente come lei disegna linee sconnesse nella ricerca dei fatti, così la verità finisce per accerchiarla. Il suo muoversi è disordinato, dunque: scoprire l’identità della giovane vittima è l’unico suo obiettivo ed è al contempo il centro del film, in senso via via più generale e aperto, secondo un percorso che va dal particolare all’universale, e poi ancora all’inverso. Perché nella sua ricerca ostinata, Jenny risolleva frammenti di un vivere personale, che ha a che fare proprio con la sua stessa identità, insieme e oltre quella della ragazza sconosciuta.

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Come sempre nel cinema del fratelli Dardenne è l’agire istintivo che si fa gesto politico e quello che dovrebbe essere una sorta di investigazione si fa punto di partenza e di arrivo di un discorso profondo all’interno dell’animo umano e delle reazioni fisiche di ogni impulso invisibile, di ogni pensiero o paura. Ed ecco che all’improvviso l’attenzione si sposta sottilmente, ma in modo indelebile, verso un mondo che esiste, ma che non si vede, che preme contro i lati di ogni inquadratura e ne condiziona il senso. E non si tratta solo di quella periferia di degrado legata all’immigrazione clandestina, con tutte le conseguenze legate alla perdita di identità che essa comporta, ma anche di quel non visto che sta intorno ad ogni singola vita. Come se il film volesse, in modo non sempre riuscito, mostrarci che ci sono ragioni e situazioni impossibili da scoprire, che gli occhi non possono vedere e la ragione non può comprendere. A nulla serve l’ossessione, a nulla può portare il voler vedere di più, perché oltre una certa distanza l’osservazione perde ogni lucidità.
 

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