Michale Moore è arrabbiato. Lo si intuisce dalla frase di lancio del suo ultimo film che chiude un prologo serrato e apre la narrazione più densa del progetto: “How the fuck did this happen?”, che tradotto significa “come cazzo è potuto succedere?” Di primo acchito sappiamo tutti che la domanda verte sulle elezioni presidenziali di Donald Trump,eppure Fahrenheit 11/9 (che in maniera tanto semplice quanto geniale riprende i fasti raccontati nel 2004 da Fahrenheit 9/11) non si concentra su quel fatto, ma da esso muove i passi per tracciare una sorta di radiografia della società americana odierna, chiaramente filtrata dall’occhio istrionico e politico del suo regista. Quando parliamo del cinema di Michael Moore dovremmo smetterla di parlare di documentario. Nel bene o nel male, questo autore si è da sempre distaccato dal cinema del reale per portare sullo schermo una sua propria tesi e argomentarla alla sua maniera. Inutile, quindi, arrovellarci ancora oggi sulle scelte stilistiche dei suoi film, sulla veridicità delle testimonianze o delle teorie, o sulla sua presunta imparzialità nel raccontare i fatti riportati sullo schermo. Moore non è imparziale e non ha mai minimamente dimostrato di volerlo essere. Il suo cinema è un cinema di pancia, che parla a chi la pensa come lui e in lui vede un punto di riferimento forte per consolidare le proprie idee politiche.

 

Fahrenheit 11/9 non si discosta minimamente da questa impostazione, anzi, probabilmente si tratta di uno dei lavori meno lucidi e calibrati firmati dal regista, che in più riprese sembra perdere il controllo sulla materia proprio perché spinto dalla furia tanto appassionata quanto cieca espressa all’inizio. Ma con chi è arrabbiato? Certamente con Trump non deve scorrere buon sangue, eppure il film solo in poche occasioni si rivela un atto di accusa nei confronti del neo presidente degli Stati Uniti. Moore vuole capire come la sua elezione sia potuta concretizzarsi e di conseguenza scava a fondo nelle multiformi cause di tale avvenimento mostrando come la responsabilità (o il merito) non sia da ritrovare in un singolo o un collettivo ben definito di persone, bensì in ogni cittadino d’America. Fahrenheit 11/9 diventa così il film più “corale” firmato sinora dal cineasta statunitense, una panoramica vasta ed eterogenea che si concentra tanto sulle falle di un’opposizione debole e assente che ha spianato la strada ai suoi rivali, quanto sulle qualità sorprendenti e incoraggianti di numerosi cittadini nei quali varrebbe la pensa investire per un cambiamento politico. Moore è così arrabbiato che non può permettersi di firmare un film di denuncia senza lasciare spazio alle (sue) speranze del domani. L’unica via per uscire da un tunnel è continuare a scavare, ed è quello che il film si propone di fare: scavare lasciandosi alle spalle il buio e cercare di seguire lo spiraglio di luce che si intravede all’orizzonte. Non importa con quanta foga, lungimiranza, verità o disillusione, l’importante è andare avanti sperando di non dover più invertire le cifre del titolo per realizzarne un terzo capitolo.

 

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