Zucchina è il soprannome di un bambino di 9 anni, dallo sguardo triste e dagli occhi cerchiati, che passa le sue giornate disegnando e inventando giochi con quel poco che ha a disposizione. Il padre se ne è andato con «una gallina» e lui vive con la madre alcolizzata e perennemente sprofondata in poltrona davanti al televisore perennemente acceso. Dopo un grave incidente, di cui Zucchina è in parte responsabile, viene preso sotto l’ala protettiva di un commissario di polizia e mandato in una casa famiglia dove incontra altri bambini come lui. All’inizio non è facile, come non lo è mai l’inizio di una nuova vita tanto più che anche gli altri hanno subito un grave trauma e cercano di sopravvivere come possono: c’è Simon, sbruffone e bullo, che è lì perché i genitori tossicodipendenti non sono in grado di occuparsi di lui; Alice che ha subito degli abusi e si nasconde dietro un enorme ciuffo biondo di capelli; Béatrice in attesa che la madre, rimpatriata a forza, torni a prenderla; Ahmed che detesta i poliziotti perché suo padre è in carcere e Jujube traumatizzato per le tante botte ricevute. A poco a poco le difese si abbassano e il legame tra i piccoli ospiti si rafforza tanto più quando arriva Camille, anche lei con una pesante storia di violenza alle spalle.

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Il film, portato sullo schermo da Claude Barras, è stato scritto da Céline Sciamma, sceneggiatrice e regista abituata ad affrontare tematiche legate all’età acerba – dall’attrazione di Marie per l’amica Floriane in La naissance des pieuvres alle dinamiche delle adolescenti bulle in Bande de filles (tradotto in italiano con il poco appropriato Diamante nero), passando per la ricerca dell’identità sessuale della piccola Laure in Tomboy. Alla base di La mia vita da Zucchina c’è un romanzo, Autobiographie d’une courgette di Gilles Paris, scritto nel 2002 e tradotto nel mondo intero (in Italia è edito da Piemme). Per scriverlo, Paris si è ampiamente documentato, frequentando e conquistando la fiducia di istitutori e ospiti di un istituto della fondazione Cognac Jay, impegnata nel sociale.

 

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Dopo la presentazione all’ultimo Festival di Cannes – era alla Quinzaine des réalizateurs -, La mia vita da Zucchina ha trionfato al Festival di animazione di Annecy aggiudicandosi il premio del pubblico. Un film straordinario, non necessariamente per bambini nonostante la bellissima animazione in stop-motion, che evita tutte le trappole della retorica o della lacrima facile, e che affronta con profondità temi complessi, ma anche aspetti positivi come l’amicizia, l’amore e la fiducia. Un’ulteriore dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, di come i bambini abbiano molto da insegnare agli adulti (a cominciare dal fatto che i piccoli non giudicano, ma cercano di capire e tendono a giustificare anche chi ha fatto loro del male). Sono proprio gli esseri che sembrano più indifesi ad avere delle risorse inaspettate, come già diceva Lilian Gish nel finale di La morte corre sul fiume: «I bambini sono più forti degli uomini. I bambini sopportano e resistono».

 

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