La parola non è un sogno, ma è realtà, cosa concreta fatta di passione e d’identità, che sta nel mondo perché il mondo può cambiarlo. Esattamente come il cinema. La ragione per cui un regista come Pietro Marcello ha voluto occuparsi di un testo come il Martin Eden di Jack London è questa. Ed è una ragione che sta oggi a Pietro Marcello – al suo cinema, ovvero alla sua vita – esattamente come stava più di un secolo fa a Jack London. Questione d’istinto vitale, di necessità di stabilire un legame tra l’arte e la vita che fosse organico, biologico e esistenziale, ovvero funzionale al corpo e allo spirito dell’Uomo, e dunque della società. Su questa premessa si basa un film come Martin Eden (presentato in Concorso a Venezia 76 e subito in sala), che vibra di un furore d’istinto filmico puro e semplice, perfettamente coerente con le attese che si potevano avere dall’operazione: il romanzo di formazione di un individuo che si identifica con il dire, con il dare forma all’espressione, a tal punto da poter prescindere dalle sovrastrutture che formano quella forma, dagli schemi che educano e cercano una ragione logica, piuttosto che pulsionale. Eccolo, dunque, il cinema d’impulso di Pietro Marcello adattato alla parabola di Martin Eden: dall’Oakland d’inizio ‘900 alla sua Napoli transtemporale, bella e perduta e sublimata nel suo corpo solido, per essere ritrovata nella trasparenza di una città fatta di linee di fuga paesaggistiche e immaginifiche: vicoli, periferie, porti ma anche immagini di repertorio, sonorità popolari, interni arcaici…

Il Martin Eden che Pietro Marcello trova in Luca Marinelli è una figura più netta, tagliata, di quello di Jack London, che era puro furor panico, febbricitante nella folgorazione per la poesia che mutuava, in virtù d’amor sacro e profano per la Ruth di buona famiglia, che qui invece si chiama Elena Orsini ed ha il volto di Jessica Cressy. Resta la tensione visionaria del suo sogno d’amore traslato nel sogno della parola: diventare scrittore ad ogni costo per esser degno di quella musa, altrimenti irraggiungibile per lui, che è un umile marinaio, una persona incolta che incolta vuole rimanere. In questo si sente molto la spiritualità pagana di Marcello, il suo fulgore inciso sulla carne vera, autentica di una vita che pulsa e non conosce struttura, come il suo magnifico cinema: cosa di materia grezza che prende dal basso la sua forma alta, si inerpica nella definizione di un filmare che quanto più cerca la perfezione, tanto più mantiene la sua materica sconfinatezza. Pietro Marcello gira in pellicola, ovviamente, e sta alla macchina, filma coi suoi occhi, mentre trova nella fotografia di Francesco Di Giacomo (per la parte del giovane Martin) e Alessandro Abate (per il Martin adulto) i cromatismi porosi, le tonalità pregnanti di un pittoricismo sommosso e commosso. La storia d’amore del Martin Eden è la storia di una possessione subita nello spirito ed esorcizzata nel bisogno di affermazione nel mondo: l’obiettivo che il giovane pescatore cerca nelle parole che verga febbrilmente è quello dell’identificazione, del riconoscimento che lo collochi tra gli adulti, monetizzando il suo istinto. Essere pagato per ciò che scrive corrisponde al suo sogno e alla sua dannazione, che infatti si realizzerà nella seconda parte, quella del successo e della ovvia caduta morale ed esistenziale – non a caso la parte più intransitiva del film, quella che Marcello aggredisce con logica più prevedibile e sbrigativa, e nella quale Luca Marinelli si stempera. In mezzo c’è il grumo che annoda la tensione ideale del suo personaggio nel reticolo di speculazioni ideologiche: il passaggio da Baudelaire a Herbert Spencer. E allora c’è il confronto con il socialismo, che spingono Martin Eden all’implosione in un pensiero sociale che guarda alla visione di una società come affermazione dell’individuo per salvarlo dalla confusione della massa. Un dialogo problematico, in cui Pietro Marcello e il suo cosceneggiatore Maurizio Braucci tendono l’arco della loro visione del mondo. Non che stupisca questa torsione, dal momento che tutto il cinema di Pietro Marcello nasce da sempre su una linea che guarda all’Uomo come individuo, come unità identitaria forte, singolare, nella quale si realizza la totalità dell’essere umano: il suo dramma e la sua poesia, la dannazione dell’innocenza e l’angelica caduta. Il suo cinema si forma proprio su questa idea, sulla necessità concretamente filmica di trovare la chiave della stanza in cui l’individuo e il suo mondo si chiudono e si confondono, attraversati da ogni tempo, da ogni vettore estetico, da ogni archivio visivo e sonoro. E infatti ciò che di Martin Eden davvero resterà è proprio il dialogo astratto che il film instaura soprattutto nella prima parte tra l’eterogeneità dei materiali e la tabula rasa offerta loro dal personaggio. Così come il contrappunto preciso alla pulsione definitoria di Martin Eden è offerto dal Russ Brissenden di Carlo Cecchi, messo in campo da Pietro Marcello come evidente fantasma martoniano offerto alla parabola di Martin. Il sole all’orizzonte che sta appeso sul mare in cui Martin infine si bagna è pallido come una finzione scenica felliniana, chissà magari anche morettiana… Questo è un film che dice dell’oggi le cose più antiche che si possano sentire, dipana il filo di un passato che solo il furore ritrovato può risolvere nell’oggi: il sacro fuoco della parola che è materia, ovvero dell’immagine che è realtà e della poesia che è vita vera.

 

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