Much-Loved-polemique-et-agressions_article_landscape_pm_v8Giunto al settimo lungometraggio, Nabil Ayouch con Much Loved ha realizzato l’opera più convincente, portando il suo cinema nei territori sempre più espliciti del desiderio, del sesso, della commedia umana narrata privilegiando ritratti femminili. Se il regista marocchino si è ritagliato uno spazio significativo nel cinema maghrebino degli ultimi quindici anni con i suoi primi due lavori (il road movie sentimentale e sociale Mektoub, del 1997, e Ali Zaoua, del 2000, dove i protagonisti sono ragazzi di strada pasoliniani) e con Les chevaux de Dieu (2012), che prende spunto dagli attacchi suicidi accaduti a Casablanca nel 2003, è con altri testi che ha reso la sua filmografia ostinata nel descrivere la r/esistenza di donne in una società rudemente maschilista, spingendo il suo sguardo là dove non si dovrebbe, fino a diventare, lui e le attrici di Much Loved, bersaglio di attacchi e minacce di morte in patria dopo l’anteprima al festival di Cannes e in seguito alla diffusione in rete di un primo estratto del film (poi censurato in Marocco). Girato a Marrakech, Much Loved esplora, con toni più radicali, quello che Ayouch aveva descritto in Whatever Lola Wants (2007), film apolide tra New York e Il Cairo, favola e musical con al centro una giovane  americana decisa a diventare una danzatrice del ventre facendosi aiutare da una celebre (ex) ballerina egiziana da anni chiusa in casa, come una moderna Fedora, dopo uno scandalo che la vide protagonista (solo per essere stata fotografata con un uomo).

 

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Much Loved va ben oltre e mette in scena la quotidianità di tre donne, tre amiche, tre prostitute. Noha, Randa e Soukaina (tre attrici meravigliose, non professioniste, tutte al loro esordio: Loubna Abidar, Asmaa Lazrak, Halima Karaouane) hanno caratteri e storie personali differenti. Questioni familiari difficili, desideri di rifarsi una vita all’estero, identità sessuali impossibili da reprimere (Randa è lesbica). Se non bastasse, Ayouch, fin dalle prime immagini, si tuffa nel corpo di quelle donne, ne porta in primo piano i volti e la carne, e il loro esplicito parlare di sesso, a casa e in auto, durante i trasferimenti che le portano dai facoltosi clienti. Perché, se ancora non bastasse, Ayouch segue le prostitute nei loro luoghi di lavoro, vale a dire nelle dimore lussuose dei clienti, ricchi uomini del Golfo, e negli incontri con gli amici transessuali. Ci sono le orge e momenti di tenerezza che le ritraggono a letto, abbracciate, a guardare un film, come un unico corpo, loro e tre e Hlima (Sara Elhamdi Elalaoui), la nuova arrivata dalla campagna, inizialmente goffa e a disagio nel nuovo ambiente. C’è la solitudine di quelle donne sfruttate ma non vinte che, forse, nella scena finale, su una spiaggia, sedute insieme, potrebbero decidere di oltrepassare quelle barriere che le imprigionano. E c’è, in questo film politico filtrato dall’intimità, uno sguardo al tempo urlstesso fisico e impalpabile su una città. Ayouch infatti  inserisce, come se si trattasse di intervalli, brevi inquadrature di Marrakech di giorno, di notte, all’alba, osservando una città vicina e distante, sveglia a tutte le ore, sorpresa nelle sue mille attività, testimone silenzioso e frenetico. Sospesa, infine, come il destino di quelle donne che, non casualmente, nell’ultima inquadratura rivolgono il loro sguardo al mare dando le spalle alla città.

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