Il mondo fuori è una polveriera, ma è nell’affollamento di un appartamento di Bucarest che il motore della ragione s’ingolfa e sbuffa di tossici rigurgiti del passato, piccole esplosioni di rabbia quotidiana, inciampi nella violenza endemica dell’esistere. Siamo in Sieranevada, ortografia volutamente scorretta per il titolo trompeur del film di Cristi Puiu, che ovviamente non ha nulla a che fare con avventurose latitudini, ma si incardina nella Romania di oggi, o meglio dell’altro ieri: precisamente tre giorni dopo la strage parigina nella redazione di Charlie Hebdo, che riecheggia nelle fantasie negazioniste chattate su internet, e quaranta giorni dopo la morte del pater familias, per celebrare la cui memoria con un rituale ortodosso sono ora tutti riuniti nella domus familiare. Questione di reincarnazione simbolica, la necessaria vestizione del figlio più giovane con gli abiti del defunto padre, mentre tutt’attorno i vettori esistenziali di ogni figura in scena cozzano e fanno implodere il film in una tensione diffusa, capace di prendere lo spettatore allo stomaco senza colpo ferire: due ore e cinquanta minuti stipati nell’affollamento di un appartamento in cui si intrecciano matriarcali ricatti sentimentali, ortodossie religiose di tradizioni tribali, lacrime da talami traditi, rigurgiti ideologici di vecchie zie veterocomuniste nostalgiche. Non che fuori di quella casa le cose vadano meglio: le strade sono un caos di traffico ingolfato, parcheggi per cui quasi fare a botte, uomini violenti che insultano e aggrediscono. In mezzo a tutto questo si muove, come fosse il perno su cui far ruotare ogni attrito, il figlio maggiore: Lary, medico quarantenne (sarà che gli tocca scontare la maledizione della Morte del signor Lazarescu…) che fa da baricentro di una narrazione corale elaborata da Puiu come un setting psicologico, atto a mettere in scena le nostre paure, le angosce diffuse, le colpe che ci portiamo dentro, i fantasmi che evochiamo, ma non siamo capaci di esorcizzare davvero.

 

Su questo pover’uomo Cristi Puiu costruisce una trama di danni collaterali provocati dalla diffusa angoscia che risplende su ogni cosa, perché questo è un film in cui la paura germina nel segno della morte che incombe, duplice, sul tempo dei personaggi: quella intima, privata, del Padre che giace sul letto nella sagoma dei suoi vestiti pronti ad essere indossati dal figlio giovane; e quella pubblica, storica, che riverbera dai discorsi sulla strage parigina di Charlie Hebdo. Il dentro e il fuori, il privato e il pubblico, la famiglia e la Storia si assommano e implodono in questo grumo di angoscia rimossa, banalmente negata: come fa il figlio più giovane, che dà credito alle fantasie complottiste da post 11 settembre, e come fa la vecchia sorella del defunto, che nega le colpe del comunismo di Ceaușescu… La camera di Cristi Puiu si puntella negli angoli morti dell’appartamento, ad altezza d’uomo, giocando di lasco, su panoramiche a scatto a destra e a sinistra, a seguire le azioni, i bisbigli, gli scatti d’ira, i drammi e le risate colpevoli. Sin dalla magnifica sequenza iniziale, tutta in campo lungo, sulla distanza che intercetta a malapena la sostanza dei dialoghi tra Lary e sua moglie, il regista sta fisso e studia, come fosse lo sguardo di un osservatore: ci riferisce con un senso del giudizio implicito, un po’ umanamente partecipe, con una tensione narrativa che prende allo stomaco e trattiene la drammaturgia in un realismo di altissima scuola e profonda composizione. Le verità esplodono come risate nervose e l’interno familiare è un po’ come la scena quieta prima di un attentato: nulla è atteso, tutto incombe, ci si ritrova orfani della verità, aggrappati all’umorismo che permette di prendere le distanze dal dramma della realtà. Che è un dramma fatto di colpe negate, rimosse, distanziate nell’accondiscendenza, nella voglia di pacificazione, nel bisogno di normalità. Eppure ci sono, le colpe, e Cristi Puiu ce lo dice sin dal principio.

 

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