“Danny e i suoi fratelli”: potrebbe essere questo il titolo della nuova tragicommedia familiare di Noah Baumbach, una storia corale di rapporti recisi, imprecisi, imperfetti. Al centro di tutto c’è Harold Meyerowitz (Dustin Hoffmann), patriarca stanco ed egocentrico – una sorta di Royal Tenenbaum più colto e meno cialtrone – scultore con un passato da docente accademico, una vita autoriferita e passata a recriminare un riconoscimento artistico che non c’è mai stato, a fantasticare di una sua opera sepolta in qualche magazzino del Whitney Museum. Harold ha mogli e figli disseminati sul cammino, convive con Maureen (Emma Thompson), ex alcolizzata che millanta doti di cucina, e ha tre figli: Danny (Adam Sandler) e Jean (Elizabeth Marvel) dal primo matrimonio, l’amatissimo Matthew (Ben Stiller) dal secondo. Harold è al centro di un universo tolemaico, concentrato non tanto sulla felicità dei figli quanto sulla felicità che i figli possono ancora offrire a lui. I suoi discorsi sono colti, da artista e professore, l’arte circola nell’aria familiare ma nessuno degli eredi, nonostante il presunto talento diffuso tra tutti, è riuscito a farsi strada. Solo Matthew, lontano dall’aria culturale di New York, si è costruito una carriera mettendo i soldi e non la creatività al centro della sua vita.

Ma in questo gruppo altamente disfunzionale, sotto la stima e l’amore compresso, circola una pestilenziale aria di ripicca, di rimpianto, di risentimento. Baumbach mette in scena una ronde conflittuale, divisa in sei capitoli, che guarda con affetto alcuni film di Woody Allen (la declinazione di famiglia di Interiors, l’esplosione disfunzionale di Hannah e le sue sorelle, l’ossessione newyorchese per cultura e sport) contestualizzandola però in una contemporaneità dove tutto questo parlare di arte, cibarsi di mostre e vernissage, giudicare le persone in base a un talento presunto e autocertificato, nasconde una mistificazione di fondo, una totale e dissennata incapacità a fare i conti con la realtà. Danny si pensa musicista ma non ha mai lavorato un giorno in vita sua, Jean si nasconde in una marginalità tanto sofferta quanto accettata, Matthew si è allontanato – nelle scelte e nel cuore – per cercare una forma contrapposta di affermazione. Al centro Harold vive la sua vita da padre padrone, sicuro che la vita non gli abbia dato quello che meritasse, incapace di accettare e di accettarsi fino a dover affrontare il rendiconto degli anni che passano con un consuntivo più arcigno che rasserenato. I personaggi si amano ma non sanno dirselo, anzi il linguaggio è descritto quasi sempre da Baumbach come forma di relazione al contrario: le parole si affastellano, si cancellano, si annullano. Nessuno sa ascoltare e tutti hanno solo scatti di ira e rassegnata disperazione – contro tutti e contro nessuno –, vittime irrazionali di una struttura familiare in cui l’accoglienza è concepita come resa. The Meyerowitz Stories rifiuta facili consolazioni ma non si chiude alla catarsi: forse solamente recidendo dei rapporti patologicamente sclerotizzati si può ancora rendere possibile il rapporto con gli altri, in modo che non resti semplicemente una forma di dolente castrazione. Un cambiamento può intuirsi nella rinuncia a un ruolo emotivamente sbagliato, nell’apertura a un viaggio, nei filmini scolastici dalla sessualità liberata e anarcoide dell’unico personaggio che sa e si lascia amare: la giovane Eliza, figlia di Danny, che nell’inventare storie e metterle in scena scopre un suo ruolo del mondo, all’interno di un nucleo compatto ma libera di cercare la propria strada. Eliza ha un futuro – è il futuro – e non si arrende all’annullamento reciproco a cui si sono piegate le generazioni precedenti, è capace di elaborare i traumi (quello che riusciva con difficoltà al giovane protagonista di Il calamaro e la balena) e di trasformarli in una energia che non sia solo quella adatta a rovinarsi la vita. Èl’unica in grado, con la forza della volontà e degli affetti, di riscoprire (con un delizioso omaggio spielberghiano a I predatori dell’arca perduta) quel tesoro segreto della famiglia, di cui ormai si dubitava l’esistenza.

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