La dinamica è quella classica del legal drama basato su una storia reale e tarato sui diritti violati dei neri d’America. E, nella sua semplicità, Il diritto di opporsi funziona con immediatezza tematica e efficacia drammatica. La scena è offerta dall’America di metà anni ’80 e il punto di equilibrio cercato da Destin Daniel Cretton sta nel bilanciamento della triangolazione tra il braccio della morte, in cui Walter McMillian (Jamie Foxx) passa ingiustamente sei anni della sua vita, la scena sociale offerta dalla città di Montgomery, Alabama, segnata da stridenti problemi razziali che si irradiano dai vertici del sistema politico e amministrativo, e le aule della giustizia in cui l’avvocato nero Bryan Stevenson (Michael B. Jordan), fresco di laurea a Harvard, cerca di difendere i diritti dei condannati che non hanno avuto un equo giudizio. Al centro di questo triangolo il film pone il tema della contrapposizione tra le differenti dinamiche di tenuta sociale, che vedono opposti il muro di gomma eretto dal sistema dei bianchi benestanti, che mira a imporre il suo ordine con la forza e l’arroganza, e la rete di solidarietà tessuta dal basso, in cui la comunità dei neri e in generale della povera gente cerca di sopravvivere. Una contrapposizione che si riflette esattamente nel sistema interno al braccio della morte, che diventa il contenitore in cui il dramma sociale, posto di fronte alla flagranza del rapporto tra il delitto (reale o meno) e il castigo, assume una caratura umana più vibrante e dove non a caso il film concede una maggiore fluidità caratteriale ai bianchi.

 

 

L’iconografia sacrificale del braccio della morte fa, del resto, da puntello per la tensione drammatica del film, tutta orientata all’epica del last man standing sul campo di battaglia dei diritti, dell’ultimo baluardo sulla scena della giustizia iniqua. Il diritto di opporsi è un’opera in cui la classica dinamica del legal drama si impunta infatti sulla solitudine dell’eroe civile, su quell’isolamento che diventa come lo sparring partner, il compagno ombra con cui fanno i conti sia Bryan Stevenson che Walter McMillian. Per entrambi il punto di partenza è la condizione di solitudine in cui si ritrovano: il primo stagliato nella separatezza umana e sociale della spinta idealistica che, nell’America degli anni ’80, lo vede arrivare in Alabama con le stimmate del giovane avvocato nero di buona laurea. Il secondo rinchiuso nel braccio della morte per incarnare, nella sua palese innocenza, il classico capro espiatorio (ovviamente nero) da offrire sull’altare della vendetta per l’uccisione di una ragazza bianca. La storia – che è vera ed è stata raccontata dallo stesso Stevenson in un suo libro (in Italia edito da Fazi) al quale il film si ispira – si basa tutta sulla lotta dell’avvocato per far valere, prima ancora dei diritti del suo assistito, quella verità che è stata palesemente manipolata dalla polizia e dalla pubblica accusa. Cretton punta la drammaturgia sulla polarizzazione della realtà dei fatti, falsificata e accettata come buona quasi per convenzione sociale, lavorando proprio sulla negazione dell’isolamento in cui, sino alla fine, la vittima e il suo avvocato si ritrovano: il primo chiuso in un fatalismo vittimista (legato anche al senso di colpa per aver tradito la moglie), soggezione che dovrà imparare ad abbattere tanto quanto il suo avvocato, per arrivare a Monroe, dovrà preventivamente superare l’opposizione di una madre che non condivide la sua scelta di dedicarsi ai poveri, socialmente incongrua e pericolosa nell’America degli ’80. In realtà le linee di fuga emotive che Il diritto di opporsi individua sono molto sobrie, prive di enfasi e scevre dalla retorica della catarsi liberatoria finale. Questo è un fardello che Cretton lascia alla liberazione dal senso di colpa che opprime due personaggi bianchi piuttosto emblematici: Ralph Myers (Tim Blake Nelson), il detenuto sulla cui falsa testimonianza su basa l’accusa a McMillian, e il procuratore Tommy Chapman (Rafe Spall), che sostiene l’accusa per ottusa inerzia. Entrambi saranno protagonisti nell’aula di giustizia di una riconversione morale, sulla cui base potrà affermarsi la verità e dunque la rigenerazione di un adeguato tessuto umano – se non, purtroppo, anche sociale…

 

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