La netta sensazione è quella di essere di fronte a un film il cui esito sia qualcosa di alquanto differente dal concetto iconico cercato dal suo protagonista: Rambo Last Blood nasce a tutti gli effetti come un film tardo e terminale, il punto di arrivo di un’iconografia del ritorno del guerriero che Stallone ha pensato come la deposizione di un corpo da sacrificare alla purezza dell’idea. Nulla di più eclatante di quello che aveva fatto John Wayne nei suoi western più tardi, I cowboys , Il pistolero , La stella di latta , Torna “El Grinta”: tutti film in cui era proprio sulla stanchezza del corpo che si esaltava la tenuta dell’eroe, sulla sua tensione di retroguardia che accudisce il presente piuttosto che governarlo davvero. Lo stesso vale per il John Rambo di questo quinto capitolo della saga, ancorato in una sorta di backyard americano ben poco conciliato. Location: Bowie, Arizona, hometown che lo vedeva tornare alla fine del quarto capitolo, una decina d’anni fa. Qui il guerriero a riposo nidifica un buon ritiro in cui cova i fantasmi del suo passato e tiene sotto controllo gli spettri delle sue tremende azioni. Il confine del male di vivere che si porta dentro non è più tanto lontano dall’America, staziona a poche miglia, oltre il confine messicano, a Tijuana, dove Gabriela, la nipote della sua domestica, da lui cresciuta come una figlia, è andata imprudentemente in cerca del padre adottivo ed è finita preda di una coppia di fratelli, trafficanti di donne per il mercato della prostituzione.

 

 

Il film non prevede redenzione, innalza l’iconografia rambesca come una bandiera logora, la pianta in territorio nemico con fervore che si potrebbe ritenere trumpiano, se non ci si soffermasse un attimo a riflettere che, in fondo, John Rambo è in trasferta a Tijuana per salvare una ragazza messicana dalla sua stessa gente che la sta tradendo e vendendo: destino che ricorda quello che era appartenuto a lui, figlio dell’America tradito dalla stessa America… E allora questo John Rambo che, invece di erigere muri sul confine, incide la terra in cui vive, scava tunnel sotto la sua stessa casa, come facevano i vietcong, per nascondersi e combattere, è l’emblema di un guerriero che ancora una volta si spinge oltre il limite per salvare la parte buona di se stesso. Peccato che poi questa disposizione progettuale Rambo Last Blood non riesca a portarla sullo schermo quasi mai, per quanto sia ben presente nel concept complessivo: basta guardare le immagini promozionali per cogliere la precisa volontà di citare letteralmente pose e iconografia del John Wayne terminale, salvo poi non ritrovare sullo schermo questa medesima tensione in nessun fotogramma. Adrian Grunberg non riesce mai a definire graficamente la presenza di John Rambo alla sua stanchezza, non supera la grossolanità da straight to video delle scene d’azione, la banalità stolida dei vilain messicani. La stessa sottomissione di Rambo alla necessaria sconfitta, che prelude alla riscossa, versa un sangue che non porta dolore né sofferenza. Grunberg non sa che farsene di questo eroe martoriato e Stallone compie l’errore di non rendersene conto. Che questo sia davvero l’ultimo sangue di John Rambo appare probabile, almeno per il corpo eroico di Sly. Vedremo ora se il progetto di narrarne in futuro la prima ribellione di John Rambo, quella adolescenziale, resterà in piedi dopo un tale esito.

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