Quello che non sai di me di Rolando Colla sembra rispondere alla sottesa domanda se sia ancora possibile trovare una nuova angolazione per raccontare non l’immigrazione, ma i suoi disagi più personali, intimi, se la parola non fosse troppo abusata, quelli non condivisibili perché parte del proprio esclusivo patrimonio etico. Il cinema italiano, più o meno laureato, più o meno diffuso e diffondibile, ha forse raccontato in ogni modo i disagi e la povertà, la discriminazione e l’abbandono dei migranti e ne ha fatto pamphlet o racconto, reportage o documento. Per cui, con l’abbondanza di immagini che in questi anni hanno fatto da strumento di introspezione per una vicenda i cui confini di discussione si dividono tra il politico e l’umanitario, sembra davvero complicato trovare una chiave nuova una diversificazione narrativa che consenta di attraversare, con la tensione verso una esclusiva originalità, il tema dell’impatto tra culture, il tema, forse universale, della ricerca di una verità che possa assicurare una autenticità verificata per un mondo dalle tante verità che a volte collidono tra di loro. Rolando Colla, svizzero italiano, sicuramente ha provato riuscendo, per buona parte, quanto meno, a mettere in piedi il tentativo di guardare con una propria ed esclusiva ottica al rapporto – anche qui – non con l’immigrazione, ma tra culture più radicate e radicalizzate e meno inclini al compromesso che sembra essere roba da ricchi e da società già legate ad un’idea di scambio utilitaristico, nel senso di do ut des. Il film ci offre una storia credibile, aiutato da due attori che egregiamente portano a termine il loro compito, ma soprattutto grazie ad una iniziale intuizione che appartiene alla definizione del personaggio e che è opportuno non anticipare per ovvie ragioni di interesse al film. Colla prova a dare, proprio attraverso questa chiave molto introspettiva, il senso di quelli che possono essere i veri bisogni insoddisfatti, quelli eminentemente educativi e morali che non trovano corrispondenza nelle nostre società. Sembra questione normale per quello che ci riguarda affermare che non è sempre necessario dire la verità, ma a furia di affermarlo non si è più in grado di riconoscerla e nessuno crederà a chi la afferma. Ecco il vero nodo morale del film è questo. Ikendu afferma la verità, ma nessuno è disposto a credergli, il presupposto è opposto, Ikendu non può mai dire la verità. Da qui il disagio non superabile, l’insuperabile differenza che distanzia il protagonista dagli altri personaggi, dall’ambiente e da qui il titolo che mentre allude alla bugia, parla della verità.

 

 

 

Ikendu, è un rifugiato del Mali arrivato in Svizzera dopo essere passato per la Libia e l’Italia. A Bellinzona fa la conoscenza di Patricia, una ceca, madre di due ragazze, che lavora in un’officina di biciclette. I due si innamorano e si sposano, entrambi sperano nel futuro. Ikendu è accusato di fare parte di una organizzazione che spaccia droga, ma lui si dichiara innocente. Il rapporto con Patricia si incrina e ambiguità e verità nascoste saranno dette o taciute. Dalla morte di quel rapporto potrebbe rinascerne un altro. Il racconto è scorrevole nella sua semplicità, complice una messa in scena non affrettata che non toglie il respiro ai personaggi in favore di una impellenza narrativa per stare al passo di una dominante necessità di ritmo spedito che non contenga pause e non abbia rallentamenti. Colla, si vede, vuole fare il suo cinema, fosse anche non alla moda, fosse anche poco appetibile per i pubblici animati dalla voglia di una veloce masticazione. Quello che non sai di me è sicuramente, come suggerisce il press-book, un film di un incontro di due solitudini, Ikendu e Patricia sono due anime alla deriva, in un mondo organizzato e ostile. Ma è anche un film sulla dignità, sulla verità della dignità che non si può barattare e che forse costituisce l’ultimo baluardo della coscienza e della propria origine davanti alla svendita completa di ogni residuo di stima verso sé stessi. È per questa ragione che il film non ha il desiderio di diventare un’indagine sociale sulla migrazione, né un paradigma applicabile ad una categoria, non è neppure una storia di riscatto e non ha i colori di una dichiarazione politica. Ma è piuttosto un film sulla individualità, sull’essere uomo in un mondo di false apparenze, di verità che diventano merce di baratto, di strutture sociali che non solo si rifiutano di comprendere, ma si rifiutano di aderire ad una verità che viene manifestata, preferendo una verità posticcia che consolidi il meccanismo e perpetui i pregiudizi. Il film di Colla più che essere bandiera di una condizione, si fa tema di riflessione sui limiti dell’onorabilità, sul valore della parola come forma di manifestazione del pensiero sincero e non contaminato e quindi, da ultimo, sulla difesa strenua di una umanità costantemente rimossa in favore di un migliore accomodamento di quella maggioranza che ti pretende uguale e quindi disponibile sul mercato delle false verità. È quello che fa il presunto fraterno amico di Ikendu, che svende l’amicizia in cambio del proprio tornaconto.

 

 

Ma così non è Ikendu, il suo rifiuto ad accettare uno scambio umiliante, confermare la falsa verità che pretende il Pubblico Ministero, in cambio di una pena mitigata, è fino all’ultimo oggetto di rifiuto e causa di solitaria ribellione, la sua dolorosa accettazione è rigata dalle lacrime per avere ceduto l’ultimo gioiello personale dello già scarso patrimonio di cui gode. Il personaggio di Ikendu diventa commovente moto dell’anima nella sua rappresentazione universale, quello di Patricia, nel suo costante smarrimento, nel suo incerto procedere senza progetti e senza certezze prima di Ikendu, personaggio da comprendere, da giustificare nella sua quasi animalesca e costante ribellione. È il suo personaggio di donna sola, che sa di essere determinata, ma non sa verso quale direzione dirigere questa sua determinazione, ad essere il fulcro della vicenda. Il suo amore vero e improvviso, oltre che profondo, per Ikendu non è pienamente compreso neppure da lui. È qui che il film diventa melodramma adattandosi alla storia di una coppia come tante altre, ma la loro vicenda amorosa è un passe-partout per una nuova e possibile forma di convivenza sottomessa ad una verità che si fa istintivamente accettabile ed è questo il patto segreto sancito dagli sguardi che si incrociano.

Scrivi