Un borgo di mare vicino Marsiglia: acqua cristallina, gente volitiva e un ristorante che da sempre ha l’impegno di servire buoni pasti a poco prezzo. A gestirlo è l’anziano proprietario che divide l’impegno con il figlio Armand, un uomo di mezza età legato agli affetti e alle tradizioni di famiglia. Quando al vecchio mancano le forze – un ictus lo rende vigile e assente al tempo stesso – accorrono al capezzale gli altri due figli: Joseph, ex operaio per scelta ideologica, cinico e disilluso per necessità, accompagnato dalla giovane e irrequieta fidanzata, e Angéle, attrice teatrale che una tragedia indicibile ha allontanato dai luoghi dell’infanzia. La prima parte di La Villa (in Concorso), ennesimo capitolo del rapporto tra Robert Guédiguian e il paesaggio marsigliese che da sempre racconta, si concentra sulle delicate e dolenti relazioni familiari di una piccola comunità sconvolta da un lutto mai rimosso. Il film contempla i suoi protagonisti immergendoli in un paesaggio sempre rivolto a un passato idilliaco che contrasta con un presente segnato dalla crisi e dall’avidità. Un tono malinconico che è assecondato dalla luce abbagliante – ma spesso ripresa tra albe e tramonti, tenui e carichi di tiepidi dolori – di quei luoghi incantati. Guédiguian è regista nostalgico e il suo film scivola con ritmi lenti e naturali tra un dialogo e l’altro, incastrandosi dolcemente tra litigi fraterni e pesce fresco, regalando un’immagine del mondo fieramente lontana dall’urgenza del quotidiano. La Villa fotografa un gruppo di famiglia in un esterno, privilegiando scene campestri e lunghe discussioni lungo il mare o sulla terrazza circolare che domina l’ambiente.

Guédiguian riunisce il suo gruppo di amici/complici/attori (Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan) e li pone di fronte a uno specchio, gioca tra passato e presente, smorza il languore con il ruvido cinismo di Joseph, ci immerge in un mondo allo stesso tempo immutabile e capace di creare un monito verso il futuro. E mentre il racconto scivola via, senza sbalzi ma sempre più empatico e magnetico, il presente irrompe nelle vite dei protagonisti: l’arrivo di una pattuglia militare alla ricerca di alcuni ipotetici dispersi di uno sbarco di clandestini porrà i protagonisti di fronte a una scelta morale da cui nessuno saprà volgere lo sguardo. La Villa sembra, a tutti gli effetti, l’altra faccia dell’ultimo film di Michael Haneke presentato a Cannes, Happy End. Il sud e il nord della Francia rappresentano le facce contrapposte di un’umanità in crisi. Se lì l’alta borghesia capitalista veniva lacerata dall’impatto indesiderato con la cronaca, in una continua esaltazione funerea che faceva scontrare decadentismo e miseria, qui l’apparizione dei migranti – corpi-bambini in cerca di primaria protezione – scatena un esame di coscienza pieno di basilari necessità. Guédiguian è un “marxigliese” che non volta lo sguardo e, usando gli strumenti dell’umanità e non della retorica, imprime una rinnovata urgenza alla storia tutta privata che stava raccontando. L’apparizione dell’altro, insomma, non genera una crisi ma una catarsi dei sentimenti: è capace di lenire fratture, di risvegliare istinti naturali, di fondere e scolpire gli ideali dei protagonisti con i luoghi che abitano, dandogli un nuovo senso. La Storia e le sue istanze diventano un presente assoluto in cui l’azione è la risultanza, semplice e netta, di un pensiero e di un’idea. La Villa in fondo è un film che dice cose semplici e che non teme, schivando retorica e sentimentalismi, di schierarsi nella convinzione che, nella vita, esista ancora una parte – assolutamente, incontrovertibilmente – giusta.

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