La trappola familiare è sempre innescata sulla scena di Yorgos Lanthimos. Di padre in figlio, come di colpa in pena, il gioco della redenzione impossibile si macchia sempre più di sangue, spiazzando scenari domestici che ricostruiscono arcaiche tragedie così come piccoli lutti da elaborare. Tutto avviene sempre per interposta persona, in uno sfasamento continuo tra verità e finzione. Solo che quello straniamento delle figure sulla scena che caratterizzava la stagione greca, in questa fase anglofona Lanthimos lo sta rendendo nello spiazzamento delle dinamiche di genere. Dopo la fantascienza distopica di The Lobster, in The Killing of a Saacred Deer (Concorso) il regista lavora sul revenge horror, incarnato in quella specie di furia divina che si abbatte sulla famiglia di Steven, cardiochirurgo colpito nel sangue del suo sangue  dalla misteriosa vendetta di Martin, il figlio sedicenne di un uomo morto sotto i suoi ferri. L’articolazione della scena si basa, come sempre in Lanthimos, sull’imprevisto che ridisegna incongruamente le relazioni in atto tra le figure: quello che in principio sembra un interessamento affettivo un po’ ambiguo dell’uomo per questo ragazzino dall’aria così candidamente inquietante, si traduce in un rapporto di sottomissione che vede Steven costretto a barattare il perdono per la propria colpa al prezzo della vita di un familiare.

 

Si tratta per lui di scegliere chi sacrificare tra la bella moglie, la figlia quattordicenne e il figlio dodicenne, se non vuole veder cadere tutti e tre sotto i colpi della inspiegabile furia divina scatenata da Martin, che ha già reso paralitica la sua prole e prefigura un destino di lacrime e sangue per tutti. The Killing of a Sacred Deer, rispetto ai film precedenti di Lanthimos, compone uno scenario più piano, aderisce a una rappresentazione più immediata e meno straniante, in cui la funzione surrealistica viene dismessa in favore di un grottesco nella cui sfera ricade la tensione horror. La casa è pur sempre teatro di una tragedia incarnata nella finzione delle relazioni affettive dominanti, ma qui la presenza di Martin come elemento perturbante chiaro e determinato disinnesca il senso dell’assurdo in cui Lanthimos abitualmente incide la violenza delle azioni. Sicchè il dispositivo horror, con tanto di rapimento di Martin e resa dei conti finale, diviene lo schema a cui corrisponde quel senso di angoscia indistinta in cui, nella stagione greca, si dibattevano le figure.  Viene meno, in definitiva, la risonanza immediata dei tempi e l’attinenza tra i gruppi messi in scena e la società in cui si muovono. Qui rimane l’arcaica tragedia che si abbatte come una piaga sul destino del singolo e sulle relazioni affettive che genera. E’ come se in questa sua nuova stagione Yorgos Lanthimos intenda occuparsi in maniera più diretta delle funzioni dei sentimenti, lasciando da parte quella metafora che ci si è affannati a cercare nelle sue opere precedenti.

 
 

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