Chloé (Marine Vacth) è una giovane problematica con un passato da modella e un presente funestato da disturbi psicosomatici che le rendono la vita impossibile. Seguendo il consiglio dei suoi medici, inizia una terapia psicanalitica con l’affascinate Paul (Jérémy Renier). Ribaltando le regole abituali del transfert, stavolta è l’analista a innamorarsi – ricambiato – della paziente e a chiedere l’interruzione del percorso. Chloé, nel frattempo, sembra rifiorire: si trasferisce dall’uomo assieme al suo gatto grigio, trova lavoro come custode in un museo, i dolori addominali svaniscono pian piano. Ma nel passato del suo compagno, e forse anche nel suo, c’è un rimosso sul punto di riaffiorare con violenza. François Ozon, in L’amant double (in Concorso), si ispira a un romanzo di Joyce Carol Oates – Lives of the Twins, pubblicato nel 1987 sotto pseudonimo e già adattato da Tim Hunter in un oscuro tv movie con Isabella Rossellini e Aidan Quinn – per raccontare una storia di doppi, di specchi, di desideri sessuali repressi e compressi. Ozon inizia il film con una dissolvenza incrociata tra il primo piano di una vagina durante una visita ginecologica e il dettaglio di un occhio da cui spunta una lacrima, mettendo subito in chiaro il parallelo tra sessualità e sguardo, tra interno ed esterno dei corpi.

 

Poi inizia a giocare con il thriller psicologico e accompagna la comparsa del misterioso gemello del suo uomo – doppelgänger rovesciato: tanto uno è dolce e accudente quanto l’altro è animalesco e sensuale – con scene disseminate di elementi geometrici, superfici patinate e riflettenti, ambienti asettici e traslucidi. Il passato affiora come in una matrioska, rivelando dettagli e seminando indizi, spezza lo schermo in due, visualizza sogni e fantasie. Lo stile mantiene un’eleganza di facciata: la messa in scena della tempesta carnale ed emotiva della protagonista si evidenzia in inquadrature piane e levigate, più vicine all’erotismo d’autore che all’impasto morboso del noir. Ozon espone l’ambivalenza del doppio più che ragionarci sopra, banalizza gli spunti narrativi in nome di una narrazione a effetto, mescola sogni e realtà in un frullato che perde presto volume e consistenza. Le suggestioni sono molte (almeno quanto i rimandi, scontati e meno scontati: da De Palma a Hitchcock a Polanski e, nella parte finale, a Cronenberg e addirittura a Zulawski) ma le idee sulla simbolizzazione del doppio – i gemelli opposti e complementari, la scissione percettiva del sé e del proprio corpo, il baratro tra vita e desiderio e tra umano e animale – restano sempre a galla, senza mai riuscire a intrigare, intuire, approfondire nulla. L’amant double è un’illusione ottica che affoga in una sorta di immobilità creativa: la moltiplicazione di personaggi, immagini, ricordi, traumi funziona per accumulo e si tiene assieme – solo in parte – grazie al mestiere visivo di Ozon che però, a forza di enfasi, ci lascia la sensazione di aver creato un’opera informe, frantumata in un continuo rilancio di temi e giravolte che conducono a un finale più ridicolo che inquietante. Un’occasione persa per un eccesso di autoindulgenza, un narcisismo che si specchia, anche lui, in una superficie vuota.

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