Piano 17 incontra Demoni 2: volendo sintetizzare l’opera prima di Daniele Misischia fra due “estremi” del cinema italiano potremmo partire da qui. Da un lato, quindi, l’imprimatur dei Manetti Bros (produttori della pellicola), per la location unica dell’ascensore e un certo gusto per i caratteri che evolvono in corso d’opera grazie a una tensione che non fa comunque venir meno la vena anche ironica (di un umorismo molto nero in questo caso). E dall’altro la tradizione tricolore del mostro sanguinario, del sovvertimento della realtà. Perché in fondo il tratto peculiare di The End è proprio la sua capacità di ribaltare gli assunti: la prigionia nell’ascensore diventa l’unica possibilità di salvezza da un mondo nel frattempo impazzito. A questo si unisce la scelta di un protagonista anti-eroe con cui è inizialmente difficile empatizzare: approfittatore, insincero, incapace di considerare l’altro nella propria sfera se non in un’ottica di sopraffazione, diventerà poi un individuo fragile, alle prese con un’odissea che è letteralmente trasformazione e rinascita. Bellissima in tal senso la scena che lo vede emergere dalla cabina-prigione scavalcando un cumulo di cadaveri: sono i resti di un mondo legato a dinamiche vecchie e che alla fine è imploso nella propria recondita voracità.

 

 

A farne le spese, suo malgrado, sarà il più avido di tutti, salvo poi comprendere gli sbagli commessi. Anche per questo, e diversamente dai modelli citati, il lavoro di Misischia colpisce per la capacità di sintesi: non accumula, ma sottrae, non aggiunge ma toglie, rispetta le regole aristoteliche del racconto e iscrive la vicenda completamente fra le quattro pareti in acciaio dell’ascensore o, al limite, nel piccolo spazio antistante le porte. Soprattutto non ci mostra mai L’inferno fuori, ma ce lo suggerisce attraverso piccoli dettagli, suoni, immagini da un cellulare, telefonate, e anche quando l’azione infine si sposta in esterni i campi lunghi continuano a suggerire più che mostrare davvero. L’immersione in questo caso è completa e il film si costruisce interamente addosso alla performance di un ottimo Alessandro Roja (altro volto manettiano, indimenticabile in Song’e Napule), alla sua capacità di cambiare registro dettando così i tempi del racconto. Sembra il vecchio desiderio di Mario Bava, costruire un film su un solo protagonista in una stanza chiusa, alle prese con i propri demoni, perché il gioco delle esteriorizzazioni è comunque propedeutico a una direttrice narrativa che resta saldamente interiore. Nello stesso tempo, e rispettando l’altro gioco, quello dei ribaltamenti, i nomi più “riconoscibili” del cast restano nel fuoricampo, sono le voci al telefono o agli altoparlanti di Carolina Crescentini e lo stesso Marco Manetti. La voglia di divertire non viene perciò meno, anche se il racconto resta serio e “aperto” a contaminazioni visive che rimandano al background del regista, tra videoclip, fan-film e videogame, ma sempre in modo da suggerire un qualcosa in più che resti come possibilità ulteriore di un progetto comunque focalizzato sui pochi nuclei narrativi e tematici che realmente interessano. Proprio questa capacità di suggerire sempre qualcosa in più che un semplice divertissement, rende The End un film capace di riflettere anche un certo umore dei nostri tempi troppo spesso distratti e ripiegati sulle proprie ossessioni, perfetto ricettacolo per mancanze e mostruosità cui il cinema riesce ancora a dare forma.

 

 

 

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