yasujiro-ozuI film con intrecci troppo elaborati mi annoiano. Naturalmente un film deve avere una sua struttura, altrimenti non sarebbe un film, ma crede che per essere buono debba rinunciare all’eccesso di dramma e all’eccesso di azione.                           Ozu Yasujiro

 

 

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Sarà il caso di ripristinare un minimo di senso delle proporzioni. Prendete tutti i film usciti in Italia nell’ultima stagione e sommateli. Tutti insieme non valgono un qualsiasi fotogramma di Buon giorno, Fiori di Equinozio, Tardo autunno, Il gusto del sake, Tarda primaveraViaggio a Tokyo, i sei capolavori di Ozu Yasujiro restaurati e digitalizzati dalla Shochiku, la storica major nipponica che ha prodotto la maggior parte dei suoi 54 film, e ora proposti dalla Tucker Film sugli schermi italiani fino al prossimo autunno. Non pensiate sia un’esagerazione perché Ozu è il cinema, semplicemente. Un autore che con la collaborazione del suo sceneggiatore Noda ha creato un sistema filmico immutabile. La consapevolezza (teorica) del suo sguardo è stordente: nel ’32 rinuncia alle dissolvenze, nel ’35 toglie le carrellate dai suoi film perché superflue. Da allora l’occhio della macchina da presa è praticamente immobile, posto ad “altezza di tatami”. Ben presto questa ricerca di purezza si fonde magistralmente con la “religione delle cose e delle vicende comuni” (Sergio Arecco) che è l’unico argomento ad interessare davvero Ozu che ambienta le sue storie fra le geometrie immutabili della casa. Ogni film è una variazione, sempre identica e sempre differente dei rapporti e dei ruoli all’interno del sistema familiare e sociale giapponese, severamente circoscritto alla sua “area domestica”. Un viaggio che procede di anno in anno di film in film e si fa descrizione della decomposizione del corpo fafiori-d-equinozio_cinema-5690miliare:”i miei film possono sembrare tutti uguali, ma io cerco di creare qualcosa di nuovo ogni volta: come fa il pittore che ogni volta dipinge la stessa rosa, sempre la stessa, e ogni volta arricchisce la propria visione”. A rivederlo oggi, il cinema di Ozu annichilisce per la modernità della ricerca sul linguaggio: la pazzesca capacità di ritenere utile tutto lo spazio visibile, l’avversione per il controcampo, l’uso sontuoso del grandangolo, l’inserimento di stacchi dalla potente carica simbolica…

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