Kristen Stewart è un’attrice cangiante. Dal personaggio di Bella della saga di Twilight (dove è, già, bravissima, e ancora prima da quelli di altri film, avendo iniziato a recitare, ad avere familiarità con i set fin da piccola, come un’altra attrice immensa di questi ultimi venti anni, Keira Knightley) Stewart ha sempre più diversificato la sua filmografia, aderendo a un cinema indipendente, libero, o a un cinema hollywoodiano dentro il quale portare il proprio “segno”, il proprio corpo e la propria immagine di donna forte, carismatica, interpretando ruoli dove mettersi in gioco. Parallelamente e in sovrimpressione con la sua vita privata, icona di “trasformazioni” fisiche, di “passaggi” coraggiosi e pieni di stratificazioni espressi con naturalezza e flagrante sfrontatezza, e di un impegno civile esemplari (proprio come Keira Knightley, di cinque anni più grande di lei). Una persona, un personaggio, che non a caso ha sedotto un cineasta come Olivier Assayas, che per lei ha speso parole di fiducia riguardo al suo futuro, anche come regista (Stewart ha girato un fulminante cortometraggio “astratto”, Come Swim, e sta lavorando al suo primo lungometraggio, The Chronology of Water), e l’ha voluta in due dei suoi tanti capolavori, Sils Maria e Personal Shopper. Quello dell’attrice americana è un corpo che muta e che in alcuni suoi film recenti ha, ancora una volta, cambiato look mantenendo intatto il suo magnetismo davanti a una macchina da presa. È stato Underwater a modificarla in questa fase della sua carriera. Un film tutto girato e ambientato sott’acqua. Per essere a suo agio durante le riprese si è tagliata i capelli cortissimi (mantenuti nei quasi contemporanei Charlie’s Angels e Seberg, dove è perfetta nel ruolo di una delle attrici simbolo della Nouvelle vague, l’americana Jean Seberg, dalla vita privata devastata dalle interferenze violente dei servizi statunitensi dopo che si era avvicinata e schierata con la militanza politica del Black Power) in un film, vero e proprio b-movie fuori tempo, che la vede protagonista di un viaggio pieno d’ostacoli per salvarsi da un pericolo extra-terrestre (o, meglio, extra-marino) generato ancora una volta dall’avidità dell’essere umano che nulla frappone alla sua sete di conquista del pianeta, sia esso sopra o sotto la superficie dell’acqua.

 

 

Terzo lungometraggio di William Eubank, regista americano che si era già avvicinato alla fantascienza nei suoi primi due film (Love, 2011, e The Signal, 2014), contaminandola con altri generi, Underwater  (in streaming su Rakuten tv e iTunes) è il lungo cammino verso la salvezza, o la morte, di un gruppo di scienziati al lavoro per una compagnia di trivellazioni nel momento in cui la loro base viene radicalmente danneggiata da un terremoto/maremoto. Una lotta per la sopravvivenza immersa nel buio (“perdi il tuo senso del tempo nel buio”, afferma la voce fuori campo dell’ingegnera meccanica Norah/Kristen Stewart) e in una serie di spazi claustrofobici all’interno dei quali se ne compongono altri. Ci sono le diverse stazioni dell’enorme piattaforma, collegate da cunicoli, zeppe di monitor, e ci sono gli scafandri da palombari indossati dai personaggi nella corsa contro il tempo per salpare con delle capsule da quell’inferno, e i loro volti doppiamente segregati dietro i caschi. Underwater è una sorta di videogioco nel senso di dover affrontare continue prove per continuare a avanzare, mentre l’ossigeno si riduce sempre di più. Un film – tra horror, fantascienza, avventura catastrofica, dove l’acqua inonda ogni ambiente – in cui dominano magmi cromatici di nero, di verde acquatico, di rosso quando si materializza la creatura che aggredisce le postazioni e che, in una scena, assume le forme di una foresta tentacolare attraverso la quale Norah si deve addentrare per raggiungere l’ultima stazione, quella della possibile salvezza. Intrigante e veloce quanto appunto un b-movie del passato, che di esso custodisce e esprime lo spirito (a fronte dell’alta tecnologia utilizzata), Underwater è abitato da un’altra notevole performance di Kristen Stewart. In particolare, notevoli sono i primi piani a lei dedicati, fino a quello finale che, per analogie, si lega a quelli di Personal Shopper e di Seberg. Nei tre film, Kristen Stewart, per motivi, emozioni, turbamenti diversi, guarda “da qualche parte”, dentro e fuori l’inquadratura, intessendo con i suoi sguardi una rete di relazioni extra-diegetiche all’interno di una filmografia sempre più sorprendente.

 

 

 

 

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