E il cinema di Júlio Bressane incontrò quello di David Cronenberg. Seduzioni della carne. Il demone sotto la pelle e Rabid – Sete di sangue confluiscono in Sedução da carne (in prima mondiale al festival di Locarno nella sezione Signs of Life, purtroppo ignorato dalla giuria che ha premiato l’apparentemente sperimentale opera d’esordio del trentenne cinese Lin Zi Hai shang cheng shi). Cinema disturbante, da sempre, quello di Bressane e Cronenberg. E da sempre sguardo ‘insostenibile’ sul corpo, le sue mutazioni, dentro e fuori di esso. La carne, nella sua accezione più ‘nuda’, anche in un senso di cannibalismo vicino alle visioni di un altro autore disturbante e visionario, Marco Ferreri (compagno di viaggio da tenerci sempre accanto – proprio perché, come Bressane e Cronenberg, ‘ci fa del male’…). La carne che sta sotto la pelle, alla quale la pelle è stata tolta. La carne come dolore e piacere, attrazione e morte, che seduce e uccide, che appiccicandosi, letteralmente, a un altro corpo, lo ri-copre, invade, inghiotte. I vermi sessuati del dittico del regista canadese ri-trovano movimento nel nuovo lungometraggio del cineasta brasiliano, accerchiano il corpo di una donna, lo penetrano, ne escono, vi si infiltrano. Qualcosa di enorme le si affianca, carne ovvero muscoli che la ri-vestono, carne non sua che lo diventa, fino al suo corpo nudo prima a terra, con tranci di carne deposti in varie parti del suo corpo-territorio, e poi seduto con pezzi di carne sulla schiena e le braccia. È la vendetta della moltitudine degli animali massacrati nei macelli il cui orrore è stato ‘definitivamente’ filmato e mostrato ai nostri occhi in tutta la sua frontalità affinché non si possa più ‘non sapere’ nel capolavoro di Georges Franju Le sang des bêtes del 1949. Film del quale Bressane inserisce un frammento in Sedução da carne, come ‘memoria’ indelebile.

 

Nel suo lungo incipit Sedução da carne porta chi guarda in uno spazio dell’incanto ‘registrato’ da una camera ‘impressionista’: alberi, radici, terra, nuvole dense nel cielo azzurro, colline, rocce, mare e vento, pescatori, gabbiani – ma anche corvi. Che riappariranno alla fine, mentre e dopo che la protagonista, di nome Siloé, è stata ‘divorata’ dalla carne ‘autonoma’ e senza nome. Suoni marini e animali entrano dal fuori campo nel set claustrofobico della rappresentazione, prima che il film ‘stacchi’ da quell’interno dominante per terminare sulla spiaggia (sempre ‘là’ si torna…) popolata dai corvi in un’inquadratura tinta di toni lividi e a-temporali. Quell’incipit è già foriero di morte. Lo si capirà ancor più dalle parole pronunciate da Siloé in uno dei monologhi in una stanza composta di una scrivania, libri, una brocca d’acqua, un divano, uno specchio, e su un piatto pezzi di carne cruda di volta in volta di varia dimensione. Afferma, Siloé (il cui nome è quello “di una fonte d’acqua miracolosa ai piedi del monte Sião” – spiega il regista – dove “fecero una vasca in cui Gesù mandò un cieco dalla nascita a lavarsi dopo avergli posato negli occhi un poco di limo fatto con la sua saliva… Miracolo della visione”), di essere vedova da tre anni, da quando il marito morì improvvisamente proprio su una spiaggia. Con lei di vivente, nella stanza, c’è solo un pappagallo, al quale confessa la sua storia e con il quale immaginerà/vivrà un desiderio erotico che anticipa quello con la carne. Si tratta di due lunghe scene di pura esplosione hard nelle quali Bressane percorre con lo sguardo e con la macchina da presa il suo corpo e volto in estasi – pelle, labbra, bocca, lingua: Mariana Lima (attrice brasiliana di film e soprattutto televisione) come la Marylin Chambers di Rabid o quella di Insatiable…Nella sua breve durata (settanta minuti), Sedução da carne propone infiniti piani di lettura: filmici, storici (il Brasile era anche chiamato “la terra dei pappagalli”), politici, letterari (il riferimento di Siloé allo scrittore brasiliano João Ribeiro). Bressane fa co-esistere stili e formati, e rivelando in alcune scene la finzione assoluta del set, mostrando in una stessa inquadratura la ‘quinta’ al centro della scena con la stanza e ai lati le luci e le attrezzature, non fa altro che rendere ancora più intensa questa sua ulteriore riflessione filosofica e carnale.

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