Con Ivana cea Groaznica (Ivana the Terrible) Ivana Mladenovic continua la sua esplorazione della contaminazione tra documentario e finzione. Per la trentacinquenne regista serba le due categorie si con-fondono per creare un denso percorso filmico all’interno del quale le persone che popolano le scene diventano interpreti di se stesse in un gioco delle parti che si sviluppa con fluidità, energia, precisione. Un cinema fatto di deviazioni, di un “ascolto” espanso delle situazioni che accadono, di un muoversi e un sostare che richiamano l’esperienza del flâneur. A due anni da Soldatii. Poveste din Ferentari (Soldiers. Story from Ferentari), storie d’amori e sentimenti a Bucarest, nel quartiere proletario del titolo abitato dalla comunità rom e dove giunge un antropologo per studiare la musica di quel popolo, Mladenovic conferma la sua idea di cinema in modo ancor più nitido, essendo Ivana cea Groaznica (in concorso nella sezione Cineasti del presente) un “film di famiglia”, di persone amate dentro e fuori il nucleo familiare, traslato nella finzione. Oltre che regista, Ivana Mladenovic interpreta la protagonista, che ha il suo nome (il cognome è diverso, per generare un ulteriore strato di contaminazione) e anche lei lavora nel cinema: è un’attrice famosa nata in Serbia, a Kladovo, e ora residente a Bucarest. Lo stesso percorso compiuto dalla regista (con un’altra differenza: Mladenovic ha recitato solo in un altro film, Inimi cicatrizate, Scarred Hearts, del romeno Radu Jude). Le due “Ivana”, inestricabili, tornano nella loro piccola città natale, e Kladovo, collocato sul Danubio al confine tra Serbia e Romania, si trasforma in set del film.

Incorniciato dall’arrivo e dalla partenza di Ivana nel corso di una vacanza estiva e da una camera a mano leggera che compone immagini con sguardo tanto ravvicinato quanto distante, Ivana cea Groaznica coglie la flagranza dell’estate, il girovagare flâneur della giovane donna per il paese o nella casa della famiglia. Evidenzia, fin da subito, dalla scena iniziale sul treno, l’ansia, i malesseri psicosomatici della giovane donna, le sue reazioni “maldestre” (tanti gli oggetti che, toccati da lei, cadono) ma dolci e seducenti. E di seduzione e complicità, anche attraverso i litigi, il film è pregno. Ivana lo “bagna” con la sua presenza, capelli al vento, grandi occhi, sorriso nervoso, mentre il paese è in fermento per la festa cittadina con gli organizzatori che coinvolgono la celebre attrice “tornata a casa”. Sembra un po’ Asia Argento, Ivana Mladenovic. L’abitazione diventa un luogo da mettere a soqquadro, il divano un rifugio per lei e la nonna, dove le loro mani, anziane e giovani, si incontrano. E gli ambienti della città un palcoscenico sul quale incamminarsi: da sola, in mezzo alla folla, in compagnia. Anche della coppia di musicisti, legata da complicità con Ivana, giunta da Bucarest per esibirsi. Il ponte sul Danubio separa e unisce, il presente e il passato convivono, vecchi amori e burocrati organizzativi di manifestazioni culturali (a questi ultimi la regista riserva un bel po’ di sana ironia…) confluiscono in un’opera che inizia con un viaggio e termina (si potrebbe dire “bruscamente”) con un altro viaggio, questa volta in macchina e non visto, che riporterà a Bucarest Ivana e i due musicisti, un uomo e una donna. A lei, la cantante Anca Pop, scomparsa nel 2018 a 34 anni, è dedicato questo film travolgente, sincero, ironico, dolente, messo in scena con talento da una regista che ormai è ben più di una promessa.

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