Prendendo le mosse dal romanzo Derrière la haine di Barbara Abel, Olivier Masset-Depasse, cineasta e sceneggiatore belga, firma un thriller psicologico ambientato quasi interamente all’interno di due villette adiacenti dell’alta borghesia degli anni Sessanta. Il duello a cui fa riferimento il titolo originale del film è quello tra due amiche inseparabili, vicine di casa e madri di due bambini coetanei, che a seguito di un drammatico incidente vedranno poco alla volta mancare la terra sotto i loro piedi, la fiducia reciproca e, di conseguenza, il lume della ragione. Doppio sospetto diventa ben presto un gioco al massacro in cui la partita si rende sempre più intricata e macabra e dove l’unico arbitro imparziale e onnisciente dovrebbe essere lo spettatore. Il condizionale è d’obbligo perché ovviamente la sceneggiatura si diverte a mescolare le carte in tavola a più riprese per far perdere le coordinate al pubblico e inabissarlo in una ragnatela contorta e tenebrosa dalla quale sarà difficile venirne a capo.Masset-Depasse ha le idee chiare sui riferimenti cinematografici da cui prendere spunto e sullo stile da apportare al suo racconto. Se infatti Hitchcock e Douglas Sirk sono sicuramente i primi nomi che vengono in mente guardando il film, per via della sua tesa ambientazione domestica, del rapporto invisibilmente sottile che lega le due rivali e per un utilizzo della luce e dei colori dal grande carattere connotativo, è altrettanto vero che il cineasta belga più che costruire un labirinto emotivo sembra intenzionato a dar forma a un palazzo di specchi.

 

 

Il suo tocco e il suo sguardo prendono sempre più campo sino a diventare i protagonisti della vicenda, in quella che a tratti risulta più una fiera delle vanità che un incubo a occhi aperti. Masset-Depasse è più interessato a se stesso, al suo punto di vista sulla storia, alla cura dei dettagli e finisce così per dimenticarsi del grande potenziale che un simile soggetto cova al suo interno. Poco alla volta, viene sempre meno la carica emotiva, il dramma della tragedia, la compassione verso personaggi che si trasformano in lucidissimi e freddissimi androidi. Tutto è preciso, calcolato, matematicamente ricercato. Doppio sospetto finisce così per trasformarsi in un giallo con il pubblico più divertito a prevedere la prossima mossa dell’assassino e intuirne lo scioglimento finale invece che struggersi per la tensione emotiva, lo stress e le conseguenti scelte intraprese dai personaggi. La vetrina (spesso ripresa dal regista come sorta di specchio riflettente di un’altra realtà, un’altra personalità, un altro punto di vista) diventa così l’oggetto della questione, in quello che si rivela più un prodotto da vendere invece che un film da contemplare (la sequenza in montaggio parallelo che accosta eros e thanatos tra le relative coppie delle rispettive famiglie ne è il massimo esempio). Peccato, perché il menù e l’odore dei piatti erano davvero invitanti.

 

 

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