C’è un mondo invisibile che cerca di affiorare tacitamente in superficie in Manta Ray, misteriosa opera d’esordio del regista tailandese Phuttiphong Aroonpheng, uscito nelle sale italiane con il patrocinio di Amnesty International Italia e, precedentemente, premiato come miglior film della sezione Orizzonti nell’edizione 2018 della Mostra di Venezia. Dedicato al popolo Rohingya, che in migliaia ogni anni sono costretti ad abbandonare la Birmania perché perseguitati, e avventurarsi per mare alla ricerca di una terra più sicura che possa accettarli. Un viaggio che spesso finisce con la morte e con il rinvenimento dei cadaveri annegati sulle spiagge thailandesi (o ricoperti di terra nella foresta). Parte da qui il giovane ex direttore della fotografia, che ambienta il suo film visionario e poetico lungo la costa, lambita da foreste intricate e buie, e dove l’attività principiale dei poveri abitanti è la pesca. E pescatore è il protagonista, che un giorno, attraversando i sentieri impervi della foresta, trova il copro ferito di un giovane sconosciuto. Lo soccorre, lo porta a casa e con lui avvia un’amicizia di quotidianità.

Nel tempo che trascorrono insieme il pescatore insegna all’amico, che non parla, a raccogliere pietre preziose ascoltando il suolo della foresta, ad attirare le mante con quelle stesse pietre e a stare sott’acqua espirando rumorosamente. In poco tempo i gesti di uno diventano i gesti di entrambi e il racconto si arricchisce di un doppio punto di vista, di una curiosità nuova e di un mistero che nessuno ha urgenza di svelare. Perché accadono cose inspiegabili in quella foresta, che si riempie di luci di notte, quando nessuno ha il coraggio di andare, e di cadaveri, restituiti da terre inospitali. E si sta sempre sul limite tra due mondi in questo film, collocato non a caso in un luogo naturale di confine, tra il mare e la foresta, ma anche in continuo scivolamento tra il giorno e la notte, la vita e la morte, il reale e il soprannaturale, spiritualità e allegoria, pur restando ancorati ad una dimensione concreta e presente, realista, se non fosse per le presenze indefinibili e i segni misteriosi lasciati lungo il percorso. Fino a quando, un giorno, il pescatore esce per una battuta di pesca notturna e non fa più ritorno, lasciando Thongchai da solo nella sua casa. Un nuovo inizio, segnato dallo slittamento dell’identità del giovane silenzioso, che  progressivamente colma il vuoto assumendone la forma, i gesti, le abitudini. Come l’amico, girovaga per la foresta, appoggia l’orecchio al suolo per ascoltare le voci delle pietre, comunica con le mante, colora la casa di luci e, come l’amico, diventa pescatore. Ma i morti ritornano per reclamare il loro posto, in questo film che enuncia via via l’inconsistenza della realtà rispetto al multiforme universo immaginario, che con la natura intrattiene rapporti viscerali intrisi di senso. Un film sciamano Manta Ray, lucido e chiaro, il cui sguardo si insinua per illuminare lo stretto spiraglio che esiste tra i due poli, le due sponde di due paesi, la terra e l’acqua, il soprannaturale che penetra nel reale, la morte che torna a far visita alla vita. E nel finale tutto questo affiora in superficie con le voci che riecheggiano per tutta la foresta. «Sono voci di rifugiati Rohingya che avevo registrato. Queste voci non scompariranno e non saranno totalmente dimenticate. Continueranno a esistere nel mio film», dice il regista.

 

 

 

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