Si prende le sue libertà storiche Beau Willimon. Già, lo sceneggiatore del film, non la sua regista qui all’esordio dietro la macchina da presa. Ci vuole infatti poco a intuire come questa nuova, ennesima, Maria Stuarda cinematografica sia un personaggio nato più tra le righe dello script che dalla forza delle immagini. Rourke si limita (per così dire) a mettere in scena ciò che Willimon ha scritto. Sia chiaro, il lavoro di regia può sembrare a tratti un po’ semplice e fin troppo disciplinato (cosa che di fatto è) ma non per questo è da sottovalutare. Josie Rourke, forse un po’ intimorita dal dover gestire un progetto così ambizioso da un punto di vista produttivo e magari schiacciata dalla forza dei nomi delle sue due protagoniste (sfida attoriale molto interessante quella tra una fomentata Saoirse Ronan e una Margot Robbie a tratti irriconoscibile nascosta sotto il pesante trucco), si mette a disposizione del progetto di Willimon che, forte della sua esperienza in House of Cards, introduce lo spettatore tra i corridoi della corte inglese di qualche secolo fa dimostrando come, in fondo, le cose non sono affatto cambiate. Sembra infatti di seguire i sotterfugi, gli intrighi, le mosse strategiche, le paure, le minacce e i tradimenti di Frank Underwood. Eppure, al passo con la contemporaneità cinematografica e non, il film ci catapulta in un mondo governato, almeno in apparenza, da due donne, due rivali di corte pronte a tutto pur di sovrastare l’avversaria (i riferimenti a La favorita sono puramente casuali, forse).

 

Maria ed Elisabetta sono due facce della stessa medaglia. Si attraggono come tutti gli opposti, sono invidiose reciprocamente ma poco alla volta arriveranno a comprendere quanto siano simili. Due solitudini destinate a sfiorarsi senza mai avere il permesso di interagire. Il film spesso lascia che siano le immagini e il montaggio a far dialogare le protagoniste, mettendole in relazione dalla distanza e dimostrando come il cinema, tutto sommato, sia al centro del racconto (e quindi, di fatto, giustificando le licenze più storiografiche come necessità drammaturgiche). Un cinema che si fa paesaggio aspro e freddo, pronto a diventare culla di chi questi aggettivi li coltiva nella sua indole personale. Un cinema consapevole della finzione che va esercitando, proprio come il trucco volutamente eccessivo di Elisabetta, una sorta di maschera tombale che segna il triste destino di chi la indossa.

 

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