Ormai considerato un classico eroe dell’animazione televisiva, Mazinga Z si è guadagnato il suo posto nell’immaginario globale grazie alla prima serie animata del 1972. Da lì riparte questo nuovo film, diretto da Junji Shimizu, che si offre a un pubblico di esperti e neofiti con il palese intento di rivendicare l’importanza di un’icona rimasta un po’ indietro rispetto agli epigoni che già da un po’ hanno iniziato a invadere le sale di tutto il mondo (si pensi ai Transformers, a Pacific Rim, o, anche solo per restare in ambito animato, alla saga di Gundam). Difficile comunque ignorare pure i vari aggiornamenti perpetrati negli anni dal suo creatore Go Nagai in varie forme cartacee e animate (MazinSaga, Mazinkaiser e Mazinger Edition Z le più note), e così, se da un lato si mira al classicismo nostalgico rinnovando la storica collaborazione fra Nagai e la casa di produzione Toei, dall’altro la nuova avventura sembra voler beneficiare del lavoro già compiuto nei vari tentativi. La vicenda è infatti più intricata e pesca qualche suggestione da opere cartacee come Dynamic Heroes (per il ritorno dei vecchi nemici) e Shin Mazinger Zero (per l’uso disinvolto dei paradossi spazio-temporali).

Koji Kabuto è quindi diventato uno scienziato che prosegue l’opera del padre e del nonno studiando l’innovativa energia fotonica, ma l’imprevista applicazione della stessa genera una frattura spazio-temporale che riporta in vita il suo storico nemico, il Dottor Inferno, rinnovando una sfida che sembrava ormai dimenticata. Di fronte alla minaccia di una nuova apocalisse scatenata dal gigante miceneo Infinity, e mentre le Nazioni Unite sembrano incapaci di decidere una strategia, Mazinga Z è così costretto a scendere nuovamente in campo. Se i combattimenti abdicano completamente alla storica “pesantezza” del robot, qui rivisitato come moderna macchina da guerra di straordinaria forza e agilità, la vicenda persegue con tono serioso i drammi dei personaggi, e un’inedita visione “politica” di un mondo adagiato nel benessere, ma profondamente diviso dai particolarismi del caso. Sebbene la dimensione globale sia relegata al contorno, la morale è chiaramente allarmistica rispetto a una società (giapponese ma non solo) che Nagai sembra percepire come interessata unicamente a salvare le apparenze, e per questo impreparata alle sfide lanciate dal terrorismo. L’unica speranza è dunque riposta nel pugno di umani che sappiano superare le proprie indecisioni per innalzare la tecnologia a baluardo eroico contro il nichilismo di chi vuol distruggere il mondo – e il concetto è ribadito nel parallelismo fra l’incertezza dei politici e i dubbi amorosi di Koji verso l’eterna fidanzata Sayaka. La complessità dell’intreccio riesce così a esemplificarsi nel più classico scontro fra la pulsione distruttiva degli invasori e quella utopica di chi combatte per un ideale, secondo un canovaccio tipicamente nagaiano: a mancare è però il composito insieme di sentimenti che rendeva appassionanti queste avventure. Il tono eccessivamente serioso e visibilmente preoccupato di tenere il passo con la problematicità delle moderne saghe del fantasy cinematografico finisce infatti per svilire l’irruenza emotiva e il lirismo tipico delle opere realizzate dal veterano mangaka, delegando al dialogo quanto poteva essere sintetizzato con l’azione. Il nuovo design cerca pure una sintesi fra lo stile 2D della serie originale e gli innesti in CGI dei moderni kolossal animati, dimenticando la capacità tipica tanto dei fumetti di Nagai quanto delle serie Toei, di restituire l’impatto emotivo dei caratteri attraverso l’uso espressivo delle forme piene, delle linee curve e dei colori sgargianti. Si fa sentire, insomma, la mancanza di un rinnovamento che vada al di là della superficie, paradosso abbastanza inquietante in un’opera che dichiara di voler abbattere gli steccati dell’apparenza. Lo stesso può valere per l’edizione nostrana, che alterna le classiche armi urlate a squarciagola in italiano a termini anglofoni che tengono conto delle più moderne tendenze d’adattamento. Diversamente dalla modernità sprigionata da operazioni analogamente compiute su altre icone classiche, l’impressione generale è quella di un prodotto comunque interessante, ma ancora troppo indeciso per sostenere il peso del dichiarato rinnovamento.

 

 

 

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