015671.jpg-c_398_260_x-f_jpg-q_x-xxyxxCi sono film che, per quanto ti sforzi di non fermarti alla banalità della storia, non puoi far altro che considerare da un punto di vista superficiale e didascalico, e quindi ti soffermi sull’assurdità di un rapporto di coppia che fin da subito viene descritto come schizofrenico e irreale, su dialoghi artificali e personaggi senza personalità. È il caso di Mon roi, quarto film di Maïwenn Le Besco, melodramma forte ed esaltato, sulla storia d’amore travagliata tra un ricco imprenditore e un’avvocatessa. Si va all’indietro, con una lunga serie di flashback, per recuperare il passato di lei, dal suo punto di vista di donna innamorata, illusa, tradita, aggredita, umiliata, e tutto l’elenco di stereotipi dell’amour fou, del gioco al massacro tra il narcisismo di lui e la passività di lei.

Mein ein, mein alles

 

Si parte, dunque, dalla clinica di riabilitazione, dove Tony è ricoverata per via di un incidente sugli sci, che le ha rotto i legamenti del ginocchio. In quel luogo ordinato e pieno di luce la donna dovrà fare chiarezza in se stessa e capirsi nel profondo del suo attaccamento a Georgio, ripercorrendo le tappe di una relazione durata dieci anni, tra altalenanti vicende. Troppo poco per fare un film memorabile (ma la critica francese pare avere un debole per Maïwenn, come dimostra la sua presenza fissa nel concorso di Cannes e il premio a Emmanuelle Bercot per l’interpretazione), e troppo piena di segni, al punto da rendere ogni scena esagerata, isterica, intrisa di vuota esaltazione. Tutti sopra le righe, nella gioia e nel dolore, rincorrendo ritmi fagocitanti ma ripetitivi, cercando di assumere lo sguardo attonito di lei, ma alla fine sedotti e travolti dal fascino sadico di lui (un Vincent Cassel che duetta con la macchina da presa come il più sicuro degli istrioni). E così si incorrMon-roi-histoire-d-un-envoutement_article_popine in un infruttuoso cortocircuito tra quello che si dice e quello che si vorrebbe dire, e, nonostante il frastuono e la confusione, tutto resta immobile e senza sviluppo, nella storia e nel discorso. Il risultato è un film senza armonia, sbilanciato com’è sul versante dell’eccesso. Le metafore si sprecano. Il ginocchio, spiega la psicologa del centro di riabilitazione, è l’unica articolazione del corpo umano che non si può piegare all’indietro. E se il “dietro” rappresenta il passato, ecco che si entra in una dimensione introspettiva per cui l’incidente rappresenta il primo passo per rompere l’ostinzione a non fermarsi e andare sepre avanti come nulla fosse. Suggestivo ma vago stratagemma per dire cose semplici in modo tutt’altro che raffinato. “Volevo raccontare di persone che imparano di nuovo a camminare e allo stesso tempo seguire una storia d’amore. Se avessi mischiato le due storie, avrei potuto mostrare una donna che mentre è in convalescenza trova la distanza giusta per analizzare la sua relazione” spiega Maïwenn, equivocando, però, le ragioni su cui si basa un film con aspirazioni tanto delicate.

 

 

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