Nancy di Christina Choe e le verità sepolte

Arriva dal Sundance Nancy, l’opera prima della regista e sceneggiatrice nordcoreana Christina Choe, che si cimenta in un film di formale limpida semplicità, per addentrarsi nelle pieghe di un discorso identitario impossibile da espugnare. Nancy ha trentacinque anni e lavora con contratti precari, si prende cura di una madre anaffettiva, tiene un blog per genitori che hanno perso i propri figli. Nulla di singolare per un paesaggio umano e geografico marginale della periferia americana, dove la solitudine è il minimo comun denominatore di persone ferite e inerti. Tutto questo sarebbe vero anche per Nancy, se non fosse che nel suo sguardo fisso, spaventato di una paura astratta, si fa largo una ribellione anomala, che la fa apparire ancora più inquieta e mossa nelle inquadrature 4:3 che contraddistinguono il formato di tutta la prima parte del film. La scelta claustrofobica ha il senso di imprimere alla protagonista un’aria di spaesamento forzato, come se inconsapevolmente stesse abitando in uno spazio non suo e in una vita sbagliata. Questa la ragione che la spinge a fingere, recitando una parte sempre diversa, fino al punto di non sapere più quale sia la propria identità. Nancy porta abiti sgualciti e fuori misura e si ostina a tingere rozzamente i capelli di nero, che non pettina e la fanno apparire un fantasma pallido e assente.  Finge di essere stata in vacanza in Corea del Nord e intrattiene conversazioni su come affrontare la perdita di un figlio. Ogni suo gesto è rivolto verso il perfezionamento di identità che non sono reali, ma l’impressione che si insinua via via, mentre che la vediamo muoversi e reagire non è quella di un’impostrice ma di una vittima della sua stessa mistificazione.

 

Forse è così che si è salvata da una situazione personale disastrosa, con una madre capace di farla sentire inadeguata e nel disaggio del microcosmo in cui vive. La verità e la menzogna si confondono nel suo sguardo, prima che nel nostro, creando livelli interpretativi via via sempre più complessi. Quando, poi, la realtà dei fatti si complica e la madre di Nancy muore, ecco attuarsi il doppio stratagemma, sul piano della forma e su quello del discorso: aprire il campo visivo a 16:9 e cambiare ambiente, che significa per Nancy cercare nuove alleanze e nuovi possibili scenari. Come un’attrice consumata, o una smemorata malinconica, identifica il suo posto in una nuova casa, con possibili genitori e un paesaggio più ampio fuori dalle finestre. Priva del certificato di nascita che ne attesti l’origine, non è solo senza passato, ma anche senza futuro, o, meglio, con molteplici futuri possibili e fotografie sconosciute da identificare. Ma bisogna fare i conti con la verità, direbbe Kore-eda, e le tracce inevitabili che essa lascia nelle vite traballanti. Verità esili, tuttavia capaci di affiorare in superficie all’improvviso. Come quando Nancy e la sua ipotetica vera madre soccorrono un giovane accidentalmente ferito durante una battuta di caccia nel bosco. O poco prima, durante la duplice ricerca del gatto fuggito. Quando lo smarrimento raggiunge il suo apice, sembra dirci questo film, ecco venire alla luce bagliori di verità inaspettate, appunto, ma capaci di diradare la nebbia, per sempre o per pochi istanti.