Non è tanto questione di un delitto, in The Third Murder (Sandome no Satsujin, Venezia 74). Piuttosto si tratta della verità e del rapporto che intratteniamo con essa. L’omicidio, Kore-eda lo sbatte sullo schermo a freddo, subito dopo i titoli di testa, come fosse cosa poco determinante: il greto di un fiume, un uomo che cammina nella notte seguito da un altro con una chiave inglese in mano, più colpi in testa, poi una tanica di benzina e il fuoco che arde il corpo. C’è qualcosa di terribilmente estraneo in questo incipit, come se fosse una scena appartenente a un altro mondo, che non intrattiene un’autentica relazione con ciò di cui il film poi si occupa. La freddezza oggettiva, per niente emotiva, della rappresentazione del delitto, resta la traccia che rende tutto il resto indeterminato e determinante, una nebulosa di ipotesi da chiarire, verità da appurare, menzogne da scoprire. Kore-eda sembra voler creare per questo suo legaldrama uno spazio astratto, da offrire al duetto tra il giovane avvocato rampante Shigemori e il maturo Misumi, l’assassino reo confesso da lui difeso. Nella cella della prigione in cui i due si incontrano, il vuoto che incombe su di loro è prima di tutto esistenziale: due figure che incidono lo spazio che li accomuna nella classica immagine riflessa sul vetro attraverso cui parlano. L’immagine trasparente dei loro volti cerca di superare la barriera della parola, su cui scivola il rapporto tra relazione e verità. Quello schermo trasparente che riflette i loro volti è infatti la parete invisibile che dischiude l’ipotesi di un’empatia tutto sommato negata tra il legale e l’assistito. Perché Misumi tende sino all’ultimo a creare un bozzolo di menzogne attorno al suo terribile atto e agli eventi che lo hanno determinato: la sua confessione nasconde altre confessioni e stende un velo sulle verità negate nella famiglia della vittima. Shigemori intanto vede dissolversi la sua sicurezza distaccata nel succedersi di rivelazioni che emergono dalle sua indagini e il film continua a tracciare un labirintico plot di ipotesi relative, in cui la figlia della vittima diventa il perno che fa ruotare gli eventi.

Verrebbe da credere che proprio la famiglia sia l’elemento che accomuna The Third Murder ai precedenti film di Kore-eda, e ovviamente è vero, perché anche qui il dissidio interiore dei protagonisti passa attraverso una serie di dissonanze familiari, implose nella tensione psicologica, nei rapporti disarticolati. Ma c’è anche la verità, come valore relativizzato nello scorrere reale degli eventi, che qui assume funzione quasi plastica: tangibile proprio nella ufficialità delle dinamiche del processo e trasparente nel gioco di riflessi sul vetro della prigione. E la verità, nel cinema di Kore-eda, non è mai stata un fattore trascurabile: da sempre nei suoi film è l’oggetto oscuro di drammi che sembrano occuparsi di altro. È il vero che si nasconde dietro lo schermo dei segreti rimossi, delle apparenze che celano, dei sentimenti da scoprire. La tensione tra la relazione che unisce o più spesso disunisce le personee la verità – negata, cercata, rimossa, trovata – su cui si struttura l’identità prima delle figure in campo e delle loro storie. Inutile dire che, in questo film, alla fine è lei, la verità, la vittima del “terzo omicidio”.

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