Guido Chiesa è una nostra vecchia conoscenza, artisticamente si intende. Con grande piacere abbiamo accolto Il caso Martello, il suo film d’esordio del 1991, poi lo abbiamo seguito successivamente nella ricostruzione di una memoria partigiana e storica, fino ad arrivare al coraggioso impegno di tradurre in immagini l’irripetibile Il partigiano Johnny, di Beppe Fenoglio, opera fatta di un dolore sordo e di una lingua nuova, il che costituisce già una bella sfida autoriale. Forse Chiesa la vinse in parte, ma chi avrebbe potuto sottoporsi al paragone con un’opera così potente e non uscirne comunque un po’ malconcio? Da qualche tempo il regista torinese ha abbandonato il suo rapporto (sempre artistico, si intende) cinematografico, almeno, con la storia, con la ricerca in quella tradizione partigiana che è stato il momento artisticamente più stimolante ed emozionante della sua filmografia finora realizzata. Il suo cinema ha subito un’inversione assoluta, una mutazione radicale, il che lascia supporre che al fondo vi sia una ben precisa ragione che non per forza va spiegata.  Chiesa, si lascia ora affascinare da quella commedia a sviluppo immediato, senza troppi fronzoli e dietrologie e arzigogolate spiegazioni. Un tipo di commedia si direbbe “cotta e mangiata”, ulteriore derivazione di quella diffusa epigone che la commedia già all’italiana e poi divenuta solo italiana, ha fatto proliferare sugli schermi. Una menzione e una differenziazione in questo ambito va fatta per un altro suo film recente, ma di altra statura, l’intelligente Ti presento Sofia con Fabio De Luigi, attore che ha dato una propria e personale impronta alla comicità che sa mettere nei suoi personaggi, una comicità figlia dei tempi, ma arricchita da una vena leggermente retrò che la sa rendere ancora più vera.

 

 

Ora per gli schermi di Amazon Prime arriva questo quindicesimo film della carriera di Guido Chiesa, Cambio tutto!, il cui titolo originale sarebbe in realtà Senza filtro (ma perché non circola con questo titolo?), film nel quale ritroviamo Valentina Lodovini, Dino Abbrescia, Libero De Rienzo e Neri Marcoré. Insomma un cast che già ci prepara a quelle situazioni in bilico tra l’incredibile e l’iperbole, tra personaggi sfigati e turbe psichiche dovute ad un inguaribile stress esistenziale. È quello che accade a Giulia (Lodovini) stanca del lavoro, del compagno, Raf (Abbrescia), artista radical chic quasi fallito e per lei divenuto un peso poiché ancora segretamente innamorata del suo ex (De Rienzo), a sua volta ingabbiato in un rapporto che non è d’amore e per di più alle soglie del matrimonio. Giulia alla fine si rivolgerà ad un guaritore olistico (Marcoré) che volente o nolente la tira fuori dai guai, scoprendo le carte e riconoscendole l’impegno che ci ha messo. In una sorta di Thelma (senza Louise) finale, il film si chiude con la felicità acquista della nostra Giulia. Il film lavora su un terreno già logorato da anni da interventi e aggiustamenti e purtroppo non sa darci, né dirci niente di nuovo. Le nevrosi, lo stress, la ricerca di sé stessi è materia usata e abusata e quasi inutilizzabile più al cinema, almeno in questo registro, con questa modalità che lavora su una bassa frequenza autoriale e solo su una istintiva attività che è sicuramente spassosa, ma tutto sembra finire sempre là. Così pure i personaggi. Alcuni appena tratteggiati, poco più (o solo) macchiette di un certo ambiente (Raf Capezzone, la Ludo concorrente sul lavoro di Giulia), altri già presi a prestito da un humus cinematografico nel quale sono proliferati per ragioni esclusivamente commerciali (non si ha nulla contro il commerciale, ma quello di qualità lo si pretende) una bella quantità di film che si assomigliano tutti un poco, nei quali il personaggio protagonista ama un altro/a, è insicuro, incerto, un’ameba e poi alla fine tutto sembrerà sciogliersi, dopo che il vaso di Pandora si sarà aperto e il male disperso nell’aria. Peccato che questo accada solo nei film, in quelli che vorrebbero essere una copia della vita reale perché su quel registro sono stati pensati e realizzati.

 

 

Forse il film soffre dell’essere un remake del messicano Una mujer sin filtro di Luis Eduardo Reyes che, a sua volta è il remake del cileno Sin filtro di Nicolás López. Questa ulteriore traduzione forse ha fatto perdere smalto perfino alla storia con una specie di indebolimento dei suoi geni originari. Cambio tutto diventa così solo prodotto di consumo, la commedia brillante si opacizza e mostra in vari punti la corda, nonostante l’impegno di Valentina Lodovini, a volte però anche un po’ spaesata. Il film, in questo ennesimo racconto di una donna in crisi che però trova il modo di uscirne, banalizza anche sull’annosa questione della parità uomo-donna. Anche il dialogo con quello smidollato del suo capo – altro personaggio vittima di quel macchiettismo un po’ fine a sé stesso – tutto battute e controbattute sul suo essere donna e il luogocomunismo del ciclo, resta lì un po’ sospeso, senza diventare vera occasione comica e sdrammatizzante, ironia tagliente o morbida, cinismo autoriale o chissà cos’altro ancora. È questa la latente carenza del film, l’inesistenza di terreno sotto i piedi. Cambio tutto! finisce con lo sbagliare direzione, centrando un obiettivo già occupato da molte altre immagini, senza la freschezza e l’invenzione del già citato – per fare un esempio – Ti presento Sofia e senza una reale prospettiva che apra una contraddizione o una crepa nella quale ritrovare una qualche originalità.

 

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